L’8 Marzo è la Giornata Internazionale della donna, una ricorrenza nata per ricordare conquiste, diritti, dignità. Eppure, mentre scorrono le immagini delle celebrazioni, esiste e persiste una realtà che continua a graffiare la coscienza collettiva.
Quella di troppe donne che ogni giorno convivono con la paura, che subiscono violenze tra le mura domestiche, sul posto di lavoro, per strada, nelle relazioni affettive. Donne che spesso non trovano ascolto, che lottano per essere credute, che portano sul corpo e nell’anima ferite invisibili ma profondissime.


E allora viene da chiedersi che senso abbia parlare di festa quando la libertà, per molte, è ancora un lontano traguardo. Non è una domanda retorica, ma una domanda scomoda, necessaria.
Perché la verità è che non bastano le mimose, non bastano i cioccolatini, non bastano neppure le parole più eleganti se non sono accompagnate dal rispetto. Una parola semplice, quasi elementare, ma ancora così difficile da praticare.
Rispetto significa riconoscere l’altro come persona, non come possesso; significa ascoltare senza prevaricare, non ridurre una donna al suo corpo, alla sua funzione, al suo ruolo; significa comprendere che la libertà femminile è un diritto.
Il rispetto non si dimostra una volta l’anno, ma si costruisce ogni giorno, nei piccoli gesti, nel linguaggio che usiamo, nelle battute che scegliamo di non fare, nelle dinamiche di potere che decidiamo di non accettare più come “normali”.
Da donna, non posso ignorare il peso di questa contraddizione. Da una parte celebriamo il sesso femminile, dall’altra continuiamo a raccontare storie di femminicidi, di abusi, di vite spezzate. Due date simboliche — l’8 Marzo e il 25 Novembre — finiscono così per sfiorarsi, quasi sovrapporsi e non perché abbiano lo stesso significato, ma perché entrambe parlano dell’urgenza di restituire piena dignità alla vita delle donne.
Non è possibile celebrarle se esiste ancora la violenza, perché non c’è festa vera se una donna deve avere paura di amare, di lasciare un uomo, di parlare, di essere se stessa. Il cambiamento non nascerà da slogan o da rituali vuoti, ma nascerà quando il rispetto diventerà un principio irrinunciabile nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle relazioni.
E forse proprio da qui dovrebbe partire la riflessione di questo 8 Marzo. Non chiediamoci come festeggiare le donne, ma piuttosto come costruire una società in cui non abbiano più bisogno di essere difese.
Perché il giorno in cui il rispetto sarà davvero parte della nostra cultura quotidiana, forse allora sì, potremo finalmente celebrare questa ricorrenza. Fino ad allora, più che una festa, l’8 Marzo resterà un richiamo alla coscienza di tutti.
A cura di Antonietta Malito Direttore Responsabile / Diario Pontino


