Per la rubrica “Riflessioni di Passaggio“, Antonietta Malito analizza l’impatto dei maltrattamenti negli asili nido sul mondo emotivo dei più piccoli e la responsabilità non negoziabile del mondo adulto.
A tre anni non si possiedono le parole per denunciare, né la capacità di spiegare un’ingiustizia. Si conosce però la paura: una paura che si manifesta nel pianto sulla soglia dell’asilo, nel sonno agitato, nel silenzio o nell’improvvisa diffidenza verso quegli adulti che dovrebbero proteggere. A partire dalla drammatica vicenda dell’asilo nido di Roma, Antonietta Malito firma un’analisi profonda sul valore del patto educativo e sulla fragilità dei più piccoli. Educare significa insegnare che il mondo adulto è affidabile, che una mano serve per accompagnare e mai per colpire. Perché ogni bambino ha il diritto di ricordare il proprio asilo per i giochi e le risate. Mai per la paura.

Paura all’asilo. Quando un bambino non si sente più al sicuro
La cosa più difficile da accettare, davanti a una storia come quella dell’asilo nido di Roma, non è solo immaginare la violenza, ma immaginare la faccia di un bambino di tre anni mentre cerca di capire perché l’adulto che dovrebbe proteggerlo gli incute paura.
A quell’età non si possiedono ancora le parole per raccontare fino in fondo ciò che si prova. Un bambino non conosce il linguaggio della denuncia, non sa distinguere sempre la rabbia dall’ingiustizia, non sa spiegare che qualcosa dentro di lui si è incrinato. Sa però riconoscere la paura.
E la paura, quando entra ogni giorno in un luogo che dovrebbe accoglierlo, per il piccolo può diventare un grande impedimento.
Può trasformarsi nel pianto al momento di entrare all’asilo, nell’improvviso bisogno di aggrapparsi alla madre o al padre, oppure in un sonno agitato, in un comportamento diverso, in un silenzio prolungato. Può persino diventare diffidenza verso l’adulto proprio nel momento della vita in cui la fiducia negli adulti dovrebbe cominciare a costruirsi.
Ciò non significa che ogni bambino reagirà nello stesso modo, né che ogni esperienza dolorosa produrrà necessariamente conseguenze permanenti. Ma significa che non possiamo considerare la violenza verso un bambino un semplice eccesso di nervosismo o un momento di perdita del controllo.
Viene spontaneo chiedersi: quanto pesa, nella mente di un bambino, la paura di chi dovrebbe prendersi cura di lui? E cosa accade dentro una persona perché la relazione educativa, che dovrebbe fondarsi sulla pazienza e sulla protezione, venga sostituita dalla sopraffazione?
Non abbiamo gli elementi per conoscere la storia personale dell’educatrice coinvolta in questa vicenda, né sarebbe corretto inventare spiegazioni psicologiche. Stanchezza, stress, difficoltà personali o professionali possono essere fattori di disagio, ma nessuno di essi può diventare una giustificazione per la violenza. Comprendere le cause di un comportamento è una cosa; giustificarlo è un’altra.
Chi lavora con bambini così piccoli entra, per alcune ore al giorno, nella parte più fragile della loro vita. Diventa una figura alla quale il bambino deve poter affidare una parte della propria sicurezza.
Negli anni, in Italia, sono emersi altri casi di maltrattamenti nelle strutture educative. Ogni volta ci indigniamo, chiediamo controlli, l’uso di telecamere, invochiamo responsabilità. Poi, inevitabilmente, la notizia passa e non ne parliamo più.
Per un bambino che subisce, però, non passa nello stesso modo, ma rimane per tanto tempo, forse tutta la vita.
Educare significa anche insegnare ai piccoli che il mondo degli adulti può essere un luogo affidabile, che una mano serve per accompagnarlo, non per colpirlo, che una voce serve per correggere senza umiliare, che un errore non rende nessuno meno degno di rispetto.
Sono principi semplici. Forse proprio per questo dovrebbero essere non negoziabili.
E davanti a un bambino di tre anni che ha paura di chi dovrebbe proteggerlo, la società adulta dovrebbe sentirsi chiamata in causa. Non solo per cercare un responsabile, ma per chiedersi se stiamo facendo davvero tutto ciò che è necessario perché certi bambini possano crescere senza dover imparare troppo presto che anche un luogo destinato alla loro cura può fare paura.
Perché un bambino dovrebbe avere il diritto di ricordare il proprio asilo per i giochi, le risate, gli amici. Mai per la paura.
A cura di Antonietta Malito.


