SCINTILLE / La scuola, la disobbedienza e il coraggio di cambiare il mondo: quando la coscienza non può tacere

Luca Dante Campoli
Scintille nella biblioteca del futuro

Insegnare a rispettare le regole non basta se non si educa allo spirito critico. Ripartendo dalla lezione di don Lorenzo Milani e dall’esperienza di Barbiana, una profonda riflessione sul ruolo della scuola, sulla disobbedienza civile e sul dovere di ascoltare le nuove generazioni.

Il viaggio di Scintille , a cura di Luca Dante Campoli, attraversa i grandi temi della disobbedienza civile — da Sant’Agostino a Gandhi e Martin Luther King — per tornare a interrogare il nostro presente, fatto di silenzi quotidiani e di rassegnazione di fronte alle ingiustizie.

I tagli alle risorse, l’impoverimento dell’istruzione e la mancanza d’ascolto verso i giovani rischiano di svuotare di senso la democrazia. Per questo motivo, educare non significa insegnare a stare al proprio posto, ma dare a ciascuno gli strumenti per trovare il proprio posto nel mondo e, se necessario, il coraggio di cambiarlo.

LA SCUOLA DI BARBIANA / don Lorenzo Milani Barbiana / https://www.donlorenzomilani.it/scuola/

La scuola, la disobbedienza e il coraggio di cambiare il mondo: quando la coscienza non può tacere.

Ci sono parole che attraversano il tempo senza perdere la loro forza. Parole che interrogano le coscienze, mettono in discussione il potere e ci costringono a guardare ciò che troppo spesso preferiamo non vedere.

«Sovvertire, disobbedire, rivoltare il mondo».

Non è un invito alla violenza, ma alla presa di coscienza. È il coraggio di non accettare passivamente le ingiustizie, di non confondere l’obbedienza con la giustizia e di comprendere che una società realmente democratica ha bisogno di cittadini capaci di pensare, interrogare e dissentire.

La scuola dovrebbe essere il primo luogo in cui tutto questo diventa possibile. Eppure, troppo spesso, sembra dimenticare la propria missione più importante: insegnare a essere liberi.
Don Lorenzo Milani, con l’esperienza di Barbiana, ci ha lasciato un’eredità che ancora oggi interpella profondamente il mondo dell’istruzione. Barbiana non era soltanto una scuola: era una scelta educativa, sociale e umana. Era la convinzione che nessun ragazzo dovesse essere lasciato indietro, che la parola fosse uno strumento di emancipazione e che l’istruzione non dovesse essere un privilegio riservato a pochi.
La scuola è il luogo in cui si impara a dare un nome alle ingiustizie, a riconoscere i propri diritti e a comprendere i propri doveri. È il luogo in cui si dovrebbe imparare che la libertà non consiste nel fare ciò che si vuole, ma nel non essere costretti a subire ciò che è ingiusto.
L’obbedienza non è più una virtù: la lezione di don Lorenzo Milani
È impossibile parlare di obbedienza, coscienza e responsabilità senza richiamare don Lorenzo Milani e il suo scritto del 1965 . L’obbedienza non è più una virtù, indirizzato ai cappellani militari della Toscana.
Una frase forte, provocatoria, che ancora oggi conserva tutta la sua capacità di interrogarci. Don Milani affrontava una questione fondamentale: fino a che punto obbedire è un dovere? E quando, invece, l’obbedienza rischia di
trasformarsi in una rinuncia alla propria coscienza?

La sua riflessione nasceva dal dibattito sull’obiezione di coscienza e sul rifiuto del servizio militare, ma il suo messaggio andava ben oltre quella circostanza. Il punto centrale era chiaro: nessuno può sottrarsi alla responsabilità delle proprie azioni semplicemente dichiarando di aver eseguito un ordine.
Obbedire non significa necessariamente essere nel giusto. Una persona non può delegare completamente la propria coscienza a un’autorità, a un superiore o a un legislatore. È un insegnamento che riguarda tutti noi, ancora oggi.
Pensiamo alla scuola. Quale educazione offriamo ai ragazzi se insegniamo loro soltanto a rispettare le regole, senza insegnare anche a interrogarsi sulla loro giustizia?

Quale cittadinanza possiamo costruire se chiediamo obbedienza, ma non sviluppiamo spirito critico?
Don Milani non educava alla sottomissione. Educava alla responsabilità, alla parola, alla consapevolezza. Voleva formare cittadini capaci di comprendere il mondo e di non accettare passivamente le disuguaglianze.

Per lui la scuola doveva dare la parola a chi non l’aveva mai avuta. Perché chi non conosce le parole spesso non riesce neppure a difendere i propri diritti. Ecco perché Barbiana continua a parlarci: non ci chiede di formare
persone che abbassano la testa, ma cittadini che sanno distinguere tra autorità e autorevolezza, tra legge e giustizia, tra obbedienza e responsabilità.

La disobbedienza civile: quando la coscienza si ribella all’ingiustizia
La storia ci insegna che il rapporto tra legge e giustizia non è sempre semplice. Sant’Agostino poneva una questione fondamentale: una legge che non è giusta può davvero essere considerata una legge? Anche Martin Luther King, nella sua Lettera dal carcere di Birmingham, richiamava la distinzione tra leggi giuste e ingiuste.
Una legge ingiusta, sosteneva, non merita la stessa obbedienza morale di una legge giusta.
Da qui nasce il principio della disobbedienza civile: non la sopraffazione, non la violenza, ma il rifiuto consapevole di
collaborare con un’ingiustizia. Gandhi ne fece uno strumento di lotta attraverso la non violenza.

Le sue campagne di disobbedienza civile, gli arresti e il sacrificio personale contribuirono alla lotta per l’indipendenza per l’India. La sua lezione resta attuale: la coscienza individuale non può essere messa a tacere. Perché una società libera non ha bisogno soltanto di persone che rispettino le regole, ma anche di cittadini che sappiano interrogarsi sulla loro legittimità.
La pace costruita sulle macerie
La storia ci consegna anche parole durissime sulla guerra. Tacito, raccontando la devastazione provocata dalla conquista romana, attribuisce a un nemico di Roma una frase rimasta celebre: «Solitudinem faciunt, pacem appellant». Fanno il deserto e lo chiamano pace.
Una frase che sembra scritta per il nostro presente. Quante volte, nella storia, la pace è stata proclamata dopo aver distrutto intere comunità? Quante volte la sicurezza è stata invocata per giustificare la sopraffazione? E quante volte siamo rimasti immobili davanti a notizie che avrebbero dovuto farci sobbalzare dalla sedia?

Ci indigniamo per un momento, condividiamo una notizia, pronunciamo qualche parola. Poi torniamo alla normalità.
Ma è proprio questa normalità che dovrebbe preoccuparci. la scuola: il luogo che deve insegnare a pensare
Anche nella scuola si consumano battaglie silenziose.

Quando si tagliano risorse, si riducono opportunità, si sottraggono insegnanti e si impoverisce l’istruzione, non si sta semplicemente intervenendo su un bilancio: si sta incidendo sul futuro di una comunità. Una popolazione istruita è una popolazione che domanda, che pretende risposte, che non si accontenta degli slogan. È una popolazione che conosce i propri diritti e sa riconoscere quando vengono calpestati.
Ecco perché la scuola non deve limitarsi a trasmettere nozioni. Deve formare coscienze. C’è poi un altro vincolo, forse il più importante: quello tra insegnante e studente. «Voi siete i miei studenti, io sono il vostro insegnante: questo è un
vincolo sacro». Un vincolo che non dovrebbe mai essere fondato sulla paura o sulla subordinazione, ma sulla fiducia, sulla responsabilità e sul rispetto reciproco.

Insegnare significa assumersi la responsabilità di accompagnare qualcuno verso la propria autonomia, anche quando quella persona comincia a mettere in discussione ciò che le viene insegnato. Perché un buon insegnante non cerca studenti che ripetano le sue parole, ma persone capaci di trovare le proprie. perché i giovani non vengono ascoltati?
E allora viene spontanea una domanda: perché continuiamo a parlare di inclusione, uguaglianza e partecipazione, se poi non siamo capaci di ascoltare davvero i giovani? I giovani non venivano ascoltati nel Sessantotto. Ma vengono
ascoltati oggi?

Quante volte chiediamo loro di partecipare, salvo poi ignorare le loro domande? Quante volte li invitiamo a essere protagonisti del futuro, senza concedere loro spazio nel presente? Una generazione che non viene ascoltata rischia di diventare una generazione che smette di credere nelle istituzioni. E una democrazia che non ascolta i suoi giovani impoverisce il proprio futuro.
Barbiana rappresenta un’esperienza che interroga ancora oggi la scuola, la giustizia sociale, il valore della parola, l’inclusione e la responsabilità educativa. Ci ricorda che dare voce a chi non ne ha significa restituire dignità,
possibilità e futuro. il tempo della giustizia è ogni giorno

Quando sarà il tempo della giustizia? Quando sarà il tempo della libertà e dell’uguaglianza? La risposta è semplice e, nello stesso tempo, impegnativa: il tempo è ogni giorno. Ogni giorno in cui scegliamo di non voltare lo sguardo. Ogni giorno in cui difendiamo chi non ha voce. Ogni giorno in cui chiediamo che i diritti non siano concessioni, ma garanzie per tutti.
La giustizia non può essere rimandata a domani. La libertà non può essere promessa alle generazioni future mentre viene negata a quelle presenti. Forse dovremmo tornare a guardare i giovani negli occhi e domandare loro cosa pensano, cosa desiderano, cosa li fa arrabbiare e quale futuro immaginano.
Dovremmo avere il coraggio di ascoltare anche quando le loro parole ci mettono a disagio. Perché una società che non ascolta i giovani non sta soltanto ignorando una generazione: sta rinunciando alla possibilità di cambiare. E mentre le notizie si susseguono, mentre le ingiustizie diventano abitudine e il silenzio rischia di trasformarsi in complicità, dovremmo ricordare che l’indifferenza non è neutralità.
La verità e l’equità non si difendono da sole. Hanno bisogno di persone disposte a prendere posizione.
Forse è proprio questo il messaggio più profondo che ci arriva da Barbiana e da don Lorenzo Milani: la scuola deve insegnare a non avere paura della verità, a non piegarsi davanti all’ingiustizia e a non rinunciare mai alla propria coscienza.

«Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore». Una generazione che cerca risposte, dignità, ascolto e speranza.
Sta a noi decidere se offrirle una scuola capace di aprire le porte del futuro oppure continuare a lasciarla fuori.

Perché educare non significa insegnare a stare al proprio posto. Educare significa dare a ciascuno gli strumenti per trovare il proprio posto nel mondo e, se necessario, il coraggio di cambiarlo.

A cura di Luca Dante Campoli.