🕊️ ” Riflessioni di passaggio” .
La morte di uno studente dentro una scuola è una frattura che va oltre la cronaca, il segno di qualcosa che si è incrinato nel modo in cui stiamo crescendo i nostri ragazzi. L’omicidio avvenuto a La Spezia, maturato per gelosia e controllo, con un coltello portato tra i banchi, ci costringe a fermarci e a guardare i fatti in profondità.
La prima reazione, comprensibile, è chiedere più controlli. In alcune realtà, metal detector agli ingressi, pattuglie e perquisizioni sono già una prassi, ma una scuola che assomiglia a un aeroporto non può essere la risposta definitiva. Può forse arginare il rischio immediato, ma non tocca la radice del problema. La vera domanda da porci non è solo come impedire che un coltello entri a scuola, ma perché un ragazzo sente il bisogno di portarlo con sé.
Molti adolescenti oggi sono iperconnessi, ma emotivamente soli. Hanno accesso continuo agli altri attraverso uno schermo, ma faticano a costruire relazioni reali, stabili, capaci di reggere il conflitto. La rabbia, la gelosia, il senso di umiliazione non trovano parole, non trovano adulti disposti ad ascoltare senza giudicare, e quando le emozioni non vengono riconosciute, rischiano di trasformarsi in atti estremi.

C’è poi un tema di identità e di fragilità. Molti ragazzi crescono con la sensazione di valere poco, di essere invisibili. In un mondo che misura tutto in prestazioni, like, successo, chi resta indietro accumula frustrazione, allora la violenza diventa una scorciatoia tragica per sentirsi forti, temuti, finalmente visti. Il coltello, in questo contesto, è un simbolo. Rappresenta il bisogno di difendersi, di affermarsi, di avere controllo su una realtà percepita come ostile. Per alcuni è quasi un talismano contro la paura, ed è inquietante che sempre più minorenni lo considerino un oggetto “normale”, parte del quotidiano.
Qui la scuola e la famiglia arrivano spesso quando il disagio è già esploso, perché prima nessuno ha saputo o voluto vederlo. La scuola, però, non può essere lasciata sola. Chiederle di essere contemporaneamente luogo di apprendimento, presidio di sicurezza e argine a ogni fragilità sociale è irrealistico. Servono figure educative stabili, psicologi accessibili, spazi di parola veri, non occasionali. Serve educazione alle relazioni, al conflitto, al rispetto dei limiti. Serve insegnare che la frustrazione non è una colpa e che chiedere aiuto non è una debolezza.
Anche la politica ha una responsabilità. Usare questi episodi per alzare muri, irrigidire le risposte o alimentare paure non aiuta i ragazzi, né rende le scuole più sicure nel lungo periodo. La repressione senza prevenzione rischia solo di spostare il problema, non di risolverlo. Investire in educazione, inclusione e sostegno psicologico è meno immediato, meno visibile, ma è l’unica strada che può cambiare davvero le cose.
Ogni volta che un giovane uccide un suo coetaneo, perdiamo tutti. Perdiamo una vita, ma anche un’occasione mancata di ascolto, di cura, di responsabilità condivisa. I metal detector possono fermare un’arma, ma solo una comunità educativa forte può fermare la violenza prima che nasca. È pertanto necessario e doveroso investire su questo, per evitare che il fenomeno degeneri. Siamo tutti chiamati a intervenire: famiglie, scuola, istituzioni, società.
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