Il nuovo editoriale di Antonietta Malito per “Riflessioni di Passaggio”.
Una tragedia che scuote le coscienze e che va ben oltre la cronaca. La vicenda della donna novantenne trovata senza vita nella sua abitazione a Villa Convento, nel Leccese, diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia sulla solitudine, sull’indifferenza e sulla fragilità delle relazioni nella società contemporanea.
Nel nuovo appuntamento della Rubrica “Riflessioni di Passaggio”, Antonietta Malito invita i lettori a interrogarsi su una domanda tanto semplice quanto scomoda: quanto conosciamo davvero le persone che vivono accanto a noi?
Attraverso un’analisi lucida e profondamente umana, l’autrice affronta il tema dell’isolamento sociale, delle fragilità invisibili e della progressiva scomparsa di quelle reti di prossimità che un tempo rappresentavano un presidio naturale contro l’emarginazione e l’abbandono.


Equilibri fragili, visibili e invisibili.
Inquieta profondamente la storia che arriva da Villa Convento, nel territorio di Novoli (Lecce), dove una donna di 90 anni è morta per cause naturali, e i suoi familiari (marito e due figlie gemelle) l’hanno vegliata per almeno quattro giorni, nonostante il corpo fosse in avanzato stato di decomposizione.
Nessuno di loro ha chiamato o chiesto aiuto e nessuno, apparentemente, è intervenuto. Viene spontaneo porsi alcune domande.
Come è possibile che una situazione di fragilità così profonda sia rimasta invisibile? Possibile che non ci fossero parenti, amici, conoscenti, persone che frequentavano quella casa? Possibile che nessuno avesse compreso quanto fosse delicato l’equilibrio di quelle vite? Forse qualche segnale c’era stato. Forse qualcuno aveva notato qualcosa e si era limitato a pensare che non fossero affari propri.
È qui che questa vicenda smette di essere una notizia locale e diventa uno specchio della società contemporanea. Una società “liquida”, in cui sappiamo moltissimo gli uni degli altri ma, paradossalmente, conosciamo sempre meno la realtà delle persone che ci vivono accanto.
Sappiamo dove vanno in vacanza, cosa mangiano, che automobile guidano, quali opinioni esprimono sui social network. Ma spesso ignoriamo se stanno soffrendo, se sono soli, se riescono a fare la spesa, se hanno qualcuno da chiamare quando stanno male.
Abbiamo affinato la capacità di osservare l’apparenza e perso l’abitudine di interrogarci sulla sostanza. Ci accorgiamo immediatamente di chi cambia taglio di capelli, di chi acquista un vestito nuovo, di chi perde o guadagna peso. Molto meno facilmente ci accorgiamo di chi sta sprofondando nella depressione, nella povertà, nella malattia o nell’isolamento.
Perché? Probabilmente perché porre certe domande richiede tempo, disponibilità e coinvolgimento emotivo. Significa assumersi una responsabilità, correre il rischio di scoprire che qualcuno ha davvero bisogno di aiuto.
E aiutare costa fatica.
Non sempre si tratta di indifferenza nel senso più crudele del termine. A volte è una sorta di autodifesa collettiva e si finisce per autoconvincersi che sia “meglio non immischiarsi”. Ma ogni volta che scegliamo di non vedere, qualcun altro rimane più solo.
Le grandi tragedie sociali raramente nascono all’improvviso. Spesso sono il risultato di anni di piccoli silenzi, di contatti che si interrompono, di visite che non si fanno più, di telefonate rimandate, di vicinati che smettono di essere comunità.
Una volta esistevano reti informali che oggi si stanno lentamente sgretolando. Il negoziante che conosceva tutti, il vicino che passava a controllare, il parroco, il medico di famiglia, il portiere, il circolo del quartiere. Non erano sistemi perfetti, ma costituivano una trama di relazioni che rendeva più difficile sparire. Oggi molte persone vivono accanto agli altri senza vivere con gli altri. La solitudine non è soltanto stare da soli ma è soprattutto non essere visti.
Forse il dato più doloroso di questa vicenda è che quella famiglia esisteva già prima che i vicini si accorgessero del cattivo odore di un corpo in decomposizione. Esisteva quando la donna era ancora viva, quando le fragilità si accumulavano giorno dopo giorno, quando avrebbe avuto bisogno di sostegno.
Ci sarebbe da chiedersi quante altre storie simili esistano oggi, nascoste dietro finestre chiuse e tapparelle abbassate. Quanti anziani vivono in condizioni di isolamento assoluto. Quante famiglie convivono con malattie, disabilità o fragilità psicologiche senza una rete di supporto adeguata. Quante persone stanno lottando in silenzio mentre il resto del mondo passa oltre. Sono storie di cui si parla quasi sempre solo quando accade qualcosa di irreparabile.
Il vero scandalo non è la scoperta della morte dopo quattro giorni, ma che quella solitudine fosse presente da anni e che nessuno, o troppo pochi, abbiano trovato il modo di intercettarla. Naturalmente non possiamo pretendere che ogni cittadino si trasformi in assistente sociale perché esistono istituzioni, servizi territoriali, sistemi di welfare che hanno il compito di individuare e sostenere le persone più vulnerabili. Una società, però, non si misura solo dall’efficienza dei suoi servizi, ma anche dalla qualità dell’attenzione che le persone riservano le une alle altre.
Di fronte a questa storia viene spontaneo domandarsi: quante persone, nella nostra strada, nel nostro condominio, nel nostro quartiere, stanno vivendo una solitudine che non vediamo? Ce ne accorgeremo prima che sia troppo tardi o quando sarà impossibile ignorarla? L’indifferenza è un male e può uccidere. E allora, non esitiamo a volgere lo sguardo, a tendere una mano, a bussare a una porta. Un giorno, “l’altro” potremmo essere noi stessi.
A cura di Antonietta Malito.


