I giovani non hanno bisogno di essere giudicati, ma di adulti capaci di accendere il loro futuro

Luca Dante Campoli
“Scintille – voci, impegno, futuro”

Un viaggio che parte dalla lezione di Barbiana per interrogare la nostra responsabilità educativa di fronte al disagio e alla rabbia delle nuove generazioni.

L’analisi che Luca Dante Campoli offre nel suo primo intervento per “Scintille” tocca un nodo scoperto e drammaticamente attuale del nostro presente: il corto circuito tra il mondo degli adulti e le giovani generazioni.

Di fronte alle proteste, alle fragilità e alla rabbia che spesso attraversano le piazze e le aule scolastiche, la tentazione della scorciatoia sanzionatoria o del giudizio affrettato è forte.

Eppure, la riflessione di Campoli ci impone una pausa di responsabilità. La sfida vera non è reprimere o etichettare il disagio, ma capire quali modelli, quale ascolto e quale prospettiva di futuro stiamo realmente offrendo a chi si affaccia alla vita.

Richiamare la lezione di Barbiana e di Don Milani non significa guardare al passato con nostalgia, ma dotarsi di una bussola etica e pedagogica indispensabile per non lasciare indietro nessuno.

I giovani non hanno bisogno di essere giudicati, ma di adulti capaci di accendere il loro futuro

Dalla scuola di Barbiana alla crisi educativa di oggi: contro la violenza non bastano le condanne. Servono esempi credibili, cultura e adulti disposti a rimettersi in gioco.

Di fronte alle immagini delle proteste giovanili, alle tensioni nelle piazze e agli episodi di violenza che attraversano il nostro tempo, la reazione più immediata è spesso quella di condannare, individuare i responsabili e chiedere maggiore severità. È comprensibile: la violenza non può essere giustificata e nessuna rivendicazione può legittimare la distruzione o il disprezzo della dignità altrui.

Eppure, da insegnante, sento che fermarsi alla condanna non sia sufficiente. C’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci, soprattutto noi adulti: che cosa stiamo facendo perché i giovani possano trovare ragioni per credere nel futuro, persone di cui fidarsi e ideali per cui valga la pena impegnarsi?

Non tutti i giovani che scendono in piazza sono violenti, e sarebbe ingiusto confondere la protesta con la sopraffazione. Ma quando la rabbia diventa distruzione, quando il confronto sembra cedere il posto allo scontro e quando il disagio non trova parole attraverso cui esprimersi, credo sia necessario interrogarci anche sulle responsabilità educative, culturali e civili della nostra società.

Non per assolvere chi sbaglia, ma per comprendere che cosa possiamo fare affinché la violenza non diventi, per alcuni, l’unico modo di sentirsi ascoltati.

La noia dei giovani è anche una domanda rivolta a noi

Spesso sentiamo dire che i giovani sono annoiati, distratti, inquieti, incapaci di appassionarsi davvero a qualcosa. Ma siamo sicuri che la domanda giusta sia soltanto che cosa manchi a loro?

Forse dovremmo chiederci che cosa abbiamo smesso di offrire noi.

Abbiamo ancora la capacità di suscitare curiosità? Sappiamo provocare domande, mettere in discussione le certezze, accompagnare i ragazzi alla scoperta di idee che possano cambiare il loro modo di guardare il mondo? Siamo ancora capaci di testimoniare, attraverso le nostre scelte, che lo studio, la cultura, la solidarietà e l’impegno civile possono dare un significato profondo alla vita?

 La noia di cui parlo non è semplicemente il desiderio di divertirsi o la difficoltà di trovare qualcosa da fare. È, talvolta, la fatica di intravedere un orizzonte, di riconoscere una meta, di incontrare qualcuno che sappia dire: prova, mettiti in gioco, non accontentarti di ciò che sei oggi, perché puoi diventare molto di più.

I giovani hanno bisogno di adulti che li sappiano pungolare, nel senso più autentico e positivo del termine: persone che non li lascino nella comodità dell’indifferenza, che li invitino a leggere, a pensare, a discutere, a scoprire il mondo e a interrogarsi sul proprio posto nella società.

Non hanno bisogno di adulti che offrano risposte preconfezionate a ogni domanda. Hanno bisogno di persone che sappiano camminare con loro nella ricerca delle risposte.

Barbiana: un punto di partenza, mai un punto di arrivo

Quando parlo di don Lorenzo Milani e della scuola di Barbiana, non lo faccio soltanto per ricordare una pagina importante della storia dell’educazione italiana. Lo faccio perché Barbiana appartiene alla mia esperienza personale e continua, ancora oggi, a interrogare il mio modo di essere insegnante.

Per me Barbiana è stata un punto di partenza e non è mai diventata un punto di arrivo. Ogni volta che ne parlo, che leggo qualcosa sulla sua storia o che torno in quel luogo, provo una sensazione difficile da spiegare: è come se fosse sempre la prima volta.

Lassù ritrovo la curiosità, riscopro domande che credevo di conoscere già e sento riaccendersi un’energia che porto con me nella vita quotidiana e, soprattutto, nella mia scuola. Barbiana non mi consegna risposte definitive: mi invita continuamente a rimettermi in discussione, a guardare i miei alunni con occhi nuovi e a chiedermi che cosa posso fare perché ciascuno di loro scopra le proprie capacità e abbia il coraggio di metterle a frutto.

È questa una delle eredità più profonde che l’esperienza di don Milani continua a trasmettermi: non considerare mai concluso il cammino educativo. Un insegnante non può pensare di avere già imparato tutto, di conoscere fino in fondo i ragazzi che ha davanti o di poter ripetere ogni anno le stesse parole aspettandosi che producano gli stessi risultati. Deve conservare la capacità di meravigliarsi, di interrogarsi e di cercare strade nuove.

Ogni volta che ripenso a Barbiana, sento il bisogno di tornare in classe con una domanda in più, con un desiderio rinnovato di ascoltare e con la volontà di stimolare nei miei alunni quella curiosità che considero indispensabile per crescere.

Perché insegnare non significa soltanto trasmettere ciò che si è imparato, ma riuscire a riaccendere negli altri il desiderio di conoscere.

Ecco perché Barbiana, per me, non è un’esperienza da custodire semplicemente nei ricordi, né un luogo al quale guardare con nostalgia. È una responsabilità che continua nel presente. È un invito a non smettere di cercare, a non accontentarsi dell’abitudine, a non rinunciare alla possibilità di incidere, anche modestamente, nella vita di un ragazzo.

Se oggi desidero scrivere e parlare di don Milani, è anche per questo: perché altri giovani possano incontrare, attraverso la sua testimonianza, una persona credibile, una parola capace di scuoterli, un’esperienza che li aiuti a guardare più lontano. Non perché debbano diventare come qualcun altro, ma perché possano scoprire chi sono e chi possono diventare.

Barbiana mi ha insegnato che l’educazione è un cammino che non finisce mai: ogni volta che pensi di essere arrivato, c’è un ragazzo che ti invita a ripartire. E forse è proprio questa la responsabilità più bella e impegnativa del nostro essere adulti: continuare a imparare per poter aiutare gli altri a crescere.

Quando gli esempi diventano possibilità di vita

Ripenso spesso a figure che hanno attraversato la nostra storia culturale, spirituale e civile, lasciando un segno non soltanto per ciò che hanno realizzato, ma per le domande che hanno saputo consegnare alle generazioni successive.

Penso a don Lorenzo Milani e alla sua convinzione che la parola fosse uno strumento di emancipazione, dignità e libertà. Penso a Pier Paolo Pasolini, alla sua capacità di interrogare criticamente la società e di mettere in discussione le forme di conformismo che rischiano di impoverire il pensiero.

Penso a Giorgio La Pira, che concepiva la politica come responsabilità verso le persone, soprattutto quelle più fragili. Penso a Pier Giorgio Frassati, che seppe tradurre la propria fede in amicizia, solidarietà e attenzione concreta verso gli ultimi.

Penso ad Albert Einstein, alla forza della ricerca e alla responsabilità morale che accompagna il sapere. Penso ad Alda Merini, capace di dare voce attraverso la poesia alle contraddizioni e alle fragilità dell’esistenza. Penso ad Aldo Moro e a Vittorio Bachelet, alle loro storie di impegno pubblico e al valore della responsabilità democratica, in un Paese segnato anche dalla tragedia del terrorismo.

Sono personalità diverse, impossibili da racchiudere in un unico modello. Eppure ciascuna ci ricorda che una vita può acquistare significato quando si mette al servizio di un’idea, di una ricerca, di una comunità o di una responsabilità più grande del proprio interesse individuale.

Gli esempi autentici non servono a creare imitatori, ma a rendere possibile la scoperta di sé.

 È questo che dovremmo offrire ai giovani: non idoli da seguire senza pensare, ma testimonianze capaci di accendere domande e desiderio di conoscenza.

La scuola, la politica e la cultura devono tornare a essere luoghi di incontro

Da docente, credo che la scuola abbia una responsabilità fondamentale. Non può limitarsi a trasmettere competenze, assegnare voti e preparare alle prove. Deve anche aiutare a scoprire il valore della conoscenza, la bellezza del confronto e la responsabilità che accompagna la libertà.

Questo non significa rinunciare alle regole o giustificare ogni comportamento. Educare significa anche saper dire di no, porre limiti e insegnare che ogni scelta ha conseguenze. Ma l’autorevolezza non nasce soltanto dal ruolo che si ricopre: si costruisce attraverso la coerenza, la competenza, l’ascolto e la capacità di riconoscere nell’altro una persona.

Lo stesso vale per l’università, che dovrebbe essere un luogo in cui il sapere viene coltivato senza paura delle domande scomode; per la politica, che dovrebbe coinvolgere i giovani nella costruzione delle decisioni comuni; per il mondo della cultura, che non può rinunciare alla propria funzione critica per inseguire soltanto il consenso e la visibilità.

Quando questi luoghi smettono di essere percepiti come spazi di crescita, confronto e partecipazione, rischiano di allontanarsi proprio da coloro che dovrebbero accompagnare verso l’età adulta.

Naturalmente, il disagio giovanile ha molte cause: le disuguaglianze, le difficoltà economiche, la precarietà, la solitudine e la sfiducia nelle istituzioni non possono essere ridotte alla mancanza di buoni esempi. Servono politiche concrete, opportunità reali e investimenti nell’educazione. Ma nessuna riforma può sostituire del tutto la qualità delle relazioni umane.

 Un giovane ha bisogno di sapere che qualcuno si accorge di lui, che le sue domande meritano attenzione e che il suo futuro non è già stato deciso da altri.

Torniamo a essere adulti di cui i giovani possano fidarsi

Non credo che la risposta consista nel rimpiangere un passato idealizzato, né nel pretendere che le nuove generazioni assomiglino a quelle precedenti. Ogni epoca ha le proprie contraddizioni e ogni generazione deve trovare il proprio linguaggio per affrontare il presente.

Credo, però, che esista una responsabilità che non passa mai di moda: quella di essere adulti capaci di testimoniare, ascoltare, educare e aprire possibilità.

Vorrei che ogni ragazzo potesse incontrare un insegnante capace di trasmettergli una passione, una persona che gli facesse scoprire un libro decisivo, un adulto che sapesse riconoscere un talento ancora nascosto, qualcuno che gli dicesse, con sincerità: non fermarti, puoi crescere, puoi imparare, puoi dare il meglio di te.

È anche per questo che l’esperienza di don Lorenzo Milani continua a interrogarmi. Perché ci ricorda che educare non significa semplicemente preparare i giovani ad adattarsi al mondo che troveranno, ma aiutarli a comprenderlo e a renderlo più giusto.

La violenza deve essere contrastata con fermezza. Ma la prevenzione più profonda comincia molto prima che una protesta degeneri: comincia nelle relazioni quotidiane, nelle aule scolastiche, nelle occasioni di confronto, nei luoghi della cultura e in tutte quelle esperienze in cui un giovane può scoprire che la propria energia può trasformarsi in conoscenza, creatività, solidarietà e impegno civile.

La domanda che vorrei lasciare a chi legge non riguarda soltanto i giovani che protestano, la loro rabbia o le loro contraddizioni. Riguarda tutti noi.

Siamo ancora capaci di essere adulti che accendono curiosità, trasmettono ideali e meritano fiducia?

Forse, prima di domandarci che cosa manchi ai giovani di oggi, dovremmo avere il coraggio di chiederci che cosa possiamo fare noi per restituire loro il desiderio di costruire il domani.

Perché una società non si misura soltanto da come punisce chi sbaglia, ma anche da quante possibilità sa offrire a chi deve ancora trovare la propria strada.

A cura di Luca Dante Campoli.