In “Zvanì”, il lato umano di Giovanni Pascoli

Antonietta Malito
In “Zvanì”, il lato umano di Giovanni Pascoli

Alcuni film lasciano un’impronta, regalano visioni, emozioni, poesia. “ Zvanì ”, il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli , andato in onda su Rai 1, è senz’altro uno di questi. Un film che celebra sì un monumento della letteratura italiana, ma soprattutto entra, con pudore e rispetto, nella vita di un uomo fragile, ferito, profondamente umano.

La magistrale interpretazione di Federico Cesari ci restituisce un Pascoli lontano da ogni retorica scolastica. Non il poeta cristallizzato nei manuali, ma un uomo introverso, inquieto, segnato da un dolore antico che non smette mai di pulsare. L’attore protagonista sceglie la misura, il non detto, lo sguardo che si abbassa o si perde nel vuoto, regalandoci l’uomo e il poeta nella sua dolcezza timida, nella sua vulnerabilità, nella sua fame d’amore mai veramente saziata.

Il film ci mostra come tutto nasca dall’assassinio del padre, quando Giovanni è ancora bambino, una ferita mai rimarginata. Un trauma che spezza l’infanzia, disgrega la famiglia, genera povertà, paura, instabilità. Da quel momento in poi, la sua vita sembra un lungo tentativo di ricomporre ciò che si è infranto. L’attaccamento viscerale alla madre prima, alle sorelle Ida e Mariù poi (quest’ultima lo chiama affettuosamente Zvanì) non è solo affetto, ma bisogno di protezione, di un nido che lo difenda da un mondo percepito come ostile. In quel nido i tre vivono in un abbraccio che pare possa proteggerli dalla vita stessa.

La storia si apre nel 1912, subito dopo la morte del poeta. Un treno parte da Bologna verso il funerale, mentre l’Italia intera si ferma per rendergli omaggio. Durante quel viaggio sospeso tra realtà e memoria, Mariù ripercorre una vita fatta di lutti, separazioni, faticose conquiste e legami indissolubili. Il tempo si dissolve, e il ricordo diventa racconto, quasi sogno.

Emergono così anche le contraddizioni di Pascoli, quali il rapporto complesso con la politica e le tensioni con Carducci. Ma si percepisce anche qualcosa di più intimo, sul piano dei sentimenti, tra il poeta e la sorella Ida; qualcosa di più profondo, ma impossibile anche solo da spiegare a se stesso.

Qualcosa da cui fuggire, per proteggere e proteggersi. Ed è lei, Ida, più indipendente rispetto a Mariù, che sceglie di andare via, sposandosi. Giovanni resta a Castelvecchio, insieme a Mariù, in una casa che diventa un mondo sempre più chiuso e fuori dal tempo, una difesa necessaria per continuare a vivere, e a scrivere. L’amore, ormai impossibile da vivere, diventa per lui materia poetica, struggimento, attesa, rinuncia.

La cornice dell’ultimo viaggio in treno è una scelta narrativa di rara poesia. Le presenze che affiorano, i silenzi, le immagini sospese sembrano dialogare con i suoi versi, come se il poeta continuasse a parlare anche dopo la morte. Tutto è sussurrato, nulla è forzato. Ogni emozione nasce piano, si deposita, resta.

Ne emerge un ritratto nuovo e profondamente toccante, quello di un uomo gentile e inquieto, capace di trasformare il dolore in poesia, la perdita in parola, la fragilità in bellezza. Un uomo che ha vissuto per gli altri più che per sé stesso.

“Zvanì” è un film che accarezza l’anima. Lascia dentro una dolce malinconia, una commozione discreta, la sensazione rara di aver incontrato davvero qualcuno. Non solo il poeta dei versi imparati a memoria, ma Giovanni, un uomo, dalla personalità fragile e complessa, come tanti, ma capace di amare, soffrire e scrivere come pochi.

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