La speranza ha la voce dei giovani: dalle piazze alla voglia di cambiare

Luca Dante Campoli
Scintille - voci, impegno, futuro

Nel nuovo appuntamento con “Scintille”, Luca Dante Campoli analizza la forza delle nuove generazioni: dai cori con i grandi cantautori nelle piazze italiane alla storica svolta degli studenti in Serbia. Un invito agli adulti a superare i pregiudizi e ad ascoltare sul serio.

Siamo abituati a dipingere le nuove generazioni con la lente del pregiudizio: disinteressati, impreparati, lontani dalla politica e dalla complessità del reale. Eppure, le piazze italiane che intonano la poesia di De André o Guccini e lo straordinario segnale che arriva dalla Serbia — dove il movimento studentesco è riuscito a guidare una svolta democratica concreta — ci raccontano una storia del tutto diversa.

Un invito a fare una pausa di umiltà: prima di giudicare o liquidare la voce dei ragazzi, noi adulti dovremmo chiederci se siamo davvero capaci di ascoltarli e di offrire loro lo spazio che meritano.

La speranza ha la voce dei giovani: dalle piazze alla voglia di cambiare il mondo

Quando le parole tornano ad avere un significato, la musica diventa un linguaggio di libertà e le nuove generazioni dimostrano di voler essere protagoniste del proprio futuro. «Usare la parola per creare la pace». È una frase che sentiamo ripetere ormai ogni giorno, nei discorsi pubblici, nei dibattiti televisivi, sui giornali e sui social network.

Eppure, forse proprio perché la ascoltiamo continuamente, rischiamo di non percepirne più il valore profondo. Le parole, quando vengono ripetute senza essere accompagnate da gesti concreti, finiscono per perdere la loro forza. La pace non si costruisce semplicemente pronunciando il suo nome, ma imparando ad ascoltare, a rispettare le differenze e a riconoscere nell’altro una persona con cui confrontarsi, non un nemico da combattere.

È da questa riflessione che vorrei partire per soffermarmi su una generazione che troppo spesso viene giudicata con superficialità: quella dei giovani. Anche in questo fine settimana, nelle piazze italiane, tanti ragazzi e ragazze sono scesi in strada per manifestare, portando con sé idee, domande, rabbia e soprattutto il desiderio di essere ascoltati.

Lo hanno fatto dimostrando che si può esprimere il proprio dissenso nel rispetto delle regole, senza arrecare danno alle persone e alle cose. Hanno dimostrato che manifestare non significa necessariamente distruggere, ma può significare costruire; non significa alimentare l’odio, ma rivendicare il diritto a un futuro diverso.

Ed è proprio questo aspetto che mi fa guardare alle nuove generazioni con rinnovata fiducia. Per molti di questi giovani, manifestare significa chiedere un cambiamento nel presente per provare a costruire un futuro migliore di quello che noi adulti abbiamo lasciato loro. Significa non accettare passivamente una realtà che non li convince, non rassegnarsi alle ingiustizie e non rinunciare alla possibilità di incidere sulle scelte che riguardano la loro vita.

Forse è proprio qui che si nasconde una delle differenze più importanti tra la rassegnazione e la speranza: nella volontà di non considerare inevitabile ciò che, invece, può essere cambiato. Ma c’è un altro aspetto di queste manifestazioni che mi ha colpito profondamente.

Scorrendo i social network, capita di imbattersi in immagini e video di giovani che, nelle piazze, cantano “Bella ciao”, “Eskimo” di Francesco Guccini, le canzoni di Roberto Vecchioni, Lucio Dalla e Fabrizio De André Pierangelo Bertoli. È un’emozione difficile da descrivere.

Ragazze e ragazzi che, pur appartenendo a una generazione cresciuta in un mondo profondamente diverso da quello in cui sono nate queste canzoni, ne raccolgono il significato, fanno proprie quelle parole e le trasformano nella colonna sonora delle loro rivendicazioni. Non si tratta soltanto di nostalgia, né di un semplice richiamo al passato.

È qualcosa di più profondo: la dimostrazione che alcune parole e alcune melodie riescono ad attraversare il tempo, parlando ancora alle coscienze di chi cerca libertà, giustizia, dignità e solidarietà. Quegli artisti, attraverso la poesia e la musica, hanno saputo raccontare le contraddizioni della società, denunciare le ingiustizie e immaginare un mondo diverso.

Se oggi i giovani continuano a cantare le loro canzoni nelle piazze, forse è perché quelle parole non hanno ancora esaurito la loro forza. Forse perché certe domande sono rimaste senza risposta e certi ideali sono ancora lontani dall’essere realizzati. E allora l’emozione lascia spazio a un sentimento ancora più importante: la speranza.

La speranza che questa generazione non voglia limitarsi a ereditare il mondo che le consegniamo, ma senta il bisogno di metterlo in discussione. La speranza che sappia distinguere tra il rumore e il dialogo, tra la protesta fine a se stessa e la partecipazione consapevole. La speranza che la musica, la cultura e le parole possano ancora essere strumenti di cambiamento.

La Serbia e il segnale che arriva dai giovani Questa fiducia trova un ulteriore motivo di riflessione guardando a quanto sta accadendo in Serbia. Le notizie del 25 ottobre raccontano una svolta politica di grande rilievo: la lista sostenuta dal movimento studentesco ha vinto le elezioni parlamentari anticipate, mentre Aleksandar Vučić ha riconosciuto la sconfitta del proprio schieramento.

Secondo le proiezioni diffuse nella notte elettorale, la lista studentesca potrebbe ottenere tra 135 e 140 seggi sui 250 del Parlamento. Le stime di Ipsos e CeSID hanno indicato un risultato ancora più preciso, attribuendole inizialmente 141 seggi. Si tratta di proiezioni elettorali, da distinguere dai risultati ufficiali definitivi. Ma il dato politico appare già significativo: dopo anni di predominio del Partito progressista serbo, una mobilitazione nata dalla protesta studentesca è riuscita a trasformarsi in una concreta vittoria elettorale.

Il movimento ha trovato forza in una mobilitazione cresciuta dopo la tragedia del novembre 2024 alla stazione ferroviaria di Novi Sad, quando il crollo di una pensilina provocò la morte di 16 persone. Da allora, le proteste hanno portato in piazza migliaia di cittadini, chiedendo trasparenza, responsabilità istituzionale e una lotta più incisiva alla corruzione. La vittoria elettorale non significa che tutti i problemi della Serbia siano risolti, né che la formazione del nuovo governo sia già conclusa.

Significa, però, che una parte importante della società ha scelto di trasformare la protesta in partecipazione politica, dimostrando che il desiderio di cambiamento può trovare spazio anche nelle istituzioni. È una notizia che dovrebbe farci riflettere, anche al di fuori dei confini serbi. Per troppo tempo abbiamo sentito ripetere che i giovani sono disinteressati, poco informati, distanti dalla politica e incapaci di comprendere la complessità del mondo.

Eppure, ciò che sta accadendo in Serbia racconta una storia diversa: giovani che si organizzano, coinvolgono la società, chiedono cambiamenti e scelgono di misurarsi con la democrazia. Non significa che una giovane età garantisca automaticamente competenza o capacità di governo. Significa, più semplicemente, che non possiamo confondere l’età con la mancanza di consapevolezza e che non possiamo giudicare un’intera generazione sulla base di pregiudizi.

La partecipazione politica richiede conoscenza, responsabilità e capacità di confrontarsi con idee diverse. Ma richiede anche la possibilità di prendere la parola, di mettere in discussione chi esercita il potere e di chiedere conto delle decisioni che riguardano il futuro collettivo. La vicenda serba dimostra quanto sia importante non sottovalutare la capacità dei giovani di trasformare il dissenso in un progetto politico. E offre una risposta concreta a chi continua a considerarli incapaci di comprendere la realtà.

Noi adulti siamo davvero pronti ad ascoltarli? Di fronte a queste immagini e a queste notizie, penso anche alle parole di chi, nel dibattito pubblico italiano, mette in dubbio la preparazione e la consapevolezza dei rappresentanti studenteschi. È legittimo chiedere a chi interviene nel dibattito pubblico di conoscere gli argomenti di cui parla. Il confronto deve essere serio, le opinioni possono e devono essere discusse e nessuno dovrebbe essere esentato dalle domande soltanto perché giovane.

Ma una cosa è chiedere preparazione e argomentazioni solide; un’altra è liquidare una persona, o un’intera generazione, come incapace di comprendere i problemi soltanto in ragione della sua età. A chi sostiene che i giovani non siano abbastanza informati, che non conoscano i problemi e che non abbiano gli strumenti per comprenderli, vorrei rivolgere una domanda: siamo davvero sicuri che il problema sia la loro mancanza di conoscenza, oppure siamo noi adulti a fare fatica ad ascoltare ciò che hanno da dirci?

La consapevolezza non nasce soltanto dai libri o dai dibattiti televisivi. Nasce anche dalla capacità di osservare ciò che accade, di interrogarsi, di confrontare le proprie idee con quelle degli altri e di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Per questo, invece di guardare ai giovani con diffidenza, dovremmo imparare a considerarli interlocutori, riconoscendo loro il diritto di sbagliare, di dissentire e, soprattutto, di proporre alternative.

Non significa idealizzarli o considerarli automaticamente migliori di chi li ha preceduti. Significa non condannarli in partenza e non privarli della possibilità di dimostrare ciò che sanno fare. Forse la vera sfida, oggi, non è insegnare ai giovani come dovrebbero cambiare il mondo, ma avere l’umiltà di ascoltare come vorrebbero cambiarlo.

Le piazze che cantano, le parole che diventano impegno, le nuove generazioni che chiedono di partecipare alla vita democratica: sono immagini diverse di una stessa esigenza, quella di non arrendersi all’idea che nulla possa cambiare.

La speranza non è una parola vuota Torniamo allora alla frase da cui siamo partiti: usare la parola per creare la pace. Perché le parole possano recuperare il loro valore, devono essere pronunciate con responsabilità, ascoltate senza pregiudizi e trasformate in azioni concrete. Devono diventare ponti tra generazioni, strumenti di confronto e occasioni per costruire una società più giusta.

Se oggi tanti giovani scelgono le piazze, cantano le parole di chi ha saputo sognare un mondo migliore e chiedono di essere protagonisti del proprio futuro, forse non dovremmo domandarci soltanto che cosa vogliano da noi. Dovremmo chiederci, piuttosto, che cosa possiamo imparare da loro. Perché una società che smette di credere nei propri giovani è una società che rinuncia a immaginare il domani.

E una società che non sa ascoltare le nuove generazioni rischia di consegnare loro non soltanto i problemi del presente, ma anche il peso della propria indifferenza. Io, invece, in quelle piazze, in quelle canzoni e in quella voglia di partecipare, intravedo una possibilità.

La possibilità che le parole tornino a essere importanti, che la protesta diventi responsabilità e che la speranza smetta di essere soltanto una frase ripetuta ogni giorno. Forse il cambiamento che aspettiamo non è ancora arrivato.

Ma, a giudicare da quelle piazze e da ciò che sta accadendo in Serbia, c’è una generazione che non ha alcuna intenzione di smettere di cercarlo. E questo, oggi, è già un buon motivo per sperare.

A cura di Campoli Dante Luca / Fonti editoriali e fotografiche Serbia/ Reuters e RTS, emittente pubblica serba