L’illusione della bonifica integrale: la vera storia della lotta alla malaria nell’Italia fascista

Emanuele Bonaldo
L'illusione della bonifica integrale

Tra propaganda di regime, esperimenti biologici e l’eredità dell’età liberale: Emanuele Bonaldo ci guida nei segreti di una battaglia sanitaria che riscrisse la geografia dell’Agro Pontino prima del dramma della guerra.

La bonifica dell’Agro Pontino fu davvero una rivoluzione scientifica totalmente fascista? Dietro i cinegiornali dell’epoca e la nascita delle città nuove si nasconde una storia complessa, fatta di riforme ereditate dall’epoca giolittiana, tentativi di lotta biologica singolari – come le torri per i pipistrelli e l’uso dell’arsenico – e una drammatica verità: il calo della mortalità era già iniziato prima del 1922.

In questo approfondimento per “Storia e storie pontine”, Emanuele Bonaldo smonta i miti della propaganda, fino al tragico epilogo della seconda guerra mondiale, quando il nostro territorio divenne il teatro della prima guerra biologica d’Europa. Leggi l’articolo completo.

L’illusione della bonifica integrale e la vera storia della lotta alla malaria nell’Italia fascista.

Nel 1923 il neonato regime fascista decise di affrontare direttamente la piaga della malaria in Italia attraverso una serie di provvedimenti legislativi che avrebbero ridefinito i rapporti economici tra Stato e territori. Le prime misure previdero lo spostamento dei costi del chinino dai Comuni alle Province e l’anticipo statale delle somme destinate alla cosiddetta piccola bonifica, fondi che i proprietari terrieri avrebbero dovuto restituire con un tasso di interesse del cinque per cento.

Poco dopo, nel 1924, venne approvata la legge numero 753, nota come Legge Serpieri dal nome del celebre tecnico agrario e allora Ministro dell’ Agricoltura Arrigo Serpieri, con l’obiettivo di avviare trasformazioni fondiarie nei comprensori latifondisti del Mezzogiorno.

Questa iniziativa scientificamente solida ottenne persino l’approvazione della comunità medica nazionale, ma la reale linea d’azione del governo si concretizzò solo nel 1928 con la legge numero 3121, meglio conosciuta come Legge Mussolini sulla bonifica integrale. Il progetto rispondeva a una precisa visione ideologica che intendeva il risanamento fisico come uno strumento di rigenerazione biologica della razza italiana per incrementare l’efficienza lavorativa ed eliminare le patologie endemiche. 

Nonostante la propaganda la presentasse come una rivoluzione epocale basata sull’uso coordinato di ogni arma scientifica, la bonifica integrale fu preceduta da un primo esperimento locale nel 1926 nella zona di Maccarese, presso la foce del Tevere, dove un immenso latifondo venne suddiviso in quarantacinque tenute. Tuttavia, la vera e propria battaglia alle paludi dell’ Agro Pontino rappresentò l’unico vero scenario in cui questo piano fu applicato su vasta scala.

Inaugurata nel 1929, l’opera fu dichiarata conclusa dieci anni dopo in coincidenza con il ventennale del fascismo, dopo aver espropriato due terzi delle terre improduttive e averne affidato la gestione all’ Opera Nazionale Combattenti. Il territorio venne colonizzato da famiglie povere provenienti soprattutto da Veneto, Friuli e Romagna, sfruttando la disoccupazione di massa causata dalla crisi del 1929

Il piano ideato dal Direttore della Sanità Alessandro Messea si articolò su tre fronti principali che compresero la bonifica idraulica, quella agricola e quella igienica. Sul piano idraulico si procedette al prosciugamento delle paludi e all’uso massiccio di larvicidi chimici come il piretro, il petrolio e il celebre Verde di Parigi, un composto a base di arsenico.

Si tentò anche la via della lotta biologica introducendo nei canali il pesce d’acqua dolce Gambusia affinis, predatore naturale delle larve, e costruendo nell’ Agro Pontino e in Sardegna i cosiddetti pipistrellai, torri di legno o cemento alte fino a quindici metri per ospitare i pipistrelli contro le zanzare adulte. La bonifica igienica e medica si limitò invece a riprendere gli strumenti già introdotti in epoca giolittiana come la profilassi con il chinino e le reti di protezione alle finestre delle case coloniche.

Malgrado la spettacolare eco mediatica che portò alla fondazione delle cinque città di Littoria, Pontinia, Sabaudia, Acilia e Pomezia, l’analisi storica rivela che il calo della mortalità per malaria era già iniziato nel 1922 grazie alle riforme dell’Italia liberale. Negli anni Trenta la malattia subì una forte meridionalizzazione restando endemica al Sud e nelle isole, specialmente in Sardegna.

Un tentativo tardivo di bonifica fu avviato nel 1938 nel Metaponto, precisamente nella piana di Pisticci, dove i lavori coordinati dall’ingegnere Orazio Lepore vennero interrotti dalla guerra e dove il regime sfruttò la manodopera a basso costo dei prigionieri della Colonia Confinaria di Marconia. I parziali successi ottenuti nell’Agro Pontino vennero infine drammaticamente cancellati durante il secondo conflitto mondiale, quando l’alleanza con la Germania nazista trasformò quelle stesse terre nel teatro della prima devastante guerra biologica della storia d’Europa.

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