” Il body shaming non si ferma neanche davanti a una campionessa ” : la riflessione di Antonietta Malito su Manila Esposito.
“La vera vittoria non è soltanto quella conquistata sul campo, ma avere la capacità di costruire un ambiente nel quale nessuno debba sentirsi obbligato a dimostrare il proprio valore attraverso una medaglia o un’apparente corazza emotiva per meritare rispetto.”
Nel nuovo articolo della rubrica “Riflessioni di Passaggio”, Antonietta Malito parte dal recente caso che ha visto protagonista la ginnasta azzurra Manila Esposito – bersagliata sui social nonostante i tre straordinari podi agli Europei di Zagabria – per allargare lo sguardo su un tema che ci riguarda tutti.
Un pezzo intenso che analizza il confine sottile tra la forza di una campionessa e la fragilità di chi, dietro a uno schermo, subisce ogni giorno il peso di giudizi superficiali e feroci.

Il body shaming non si ferma neanche davanti a una campionessa.
Manila Esposito è tornata dagli Europei di ginnastica artistica di Zagabria con tre medaglie: un oro al corpo libero e due argenti, nella gara a squadre e alla trave. Un risultato straordinario, che avrebbe dovuto lasciare spazio solo alla celebrazione. Invece, sui social, non sono mancati commenti offensivi rivolti al suo aspetto fisico.
A denunciare la gravità dell’accaduto è stato anche il presidente della Federazione Ginnastica Italiana, Andrea Facci, che ha parlato di attacchi inaccettabili nei confronti di una ragazza giovane, atleta olimpica e appartenente alle Fiamme Oro.
Manila ha scelto saggiamente di non alimentare la polemica. Ha spiegato di essere rimasta ferita, ma di aver preferito non rispondere direttamente agli autori degli insulti. La sua risposta, ha detto, è arrivata in pedana, con i risultati ottenuti, che le hanno permesso di lasciarsi alle spalle quelle parole.
E ha rivendicato con semplicità il rapporto con il proprio corpo, ricordando che è proprio quel fisico, tanto facilmente giudicato da chi osserva uno schermo, a permetterle di fare ciò che fa ai massimi livelli.
La sua è una risposta lucida, ma sarebbe un errore interpretarla come una dimostrazione del fatto che il problema non esiste o che basti avere carattere per non subirne le conseguenze.
Il punto è proprio questo: il body shaming non guarda ai meriti, all’età, alla forza o ai risultati di una persona. Così come ha colpito lei, può colpire un adolescente, una ragazza o un ragazzo che non si riconoscono nei modelli estetici imposti dai social, e non tutti hanno gli strumenti per lasciarsi certe parole alle spalle.
In chi lo riceve, un commento di pochi secondi può generare un grande malessere. Un insulto sull’aspetto può diventare vergogna, insicurezza, isolamento, ossessione per il proprio corpo. Nei casi più fragili, può contribuire a problemi molto più seri. È questo che dovrebbe ricordare chi utilizza l’anonimato della rete come una licenza per dire qualsiasi cosa.
La vicenda di Manila Esposito dovrebbe quindi essere letta anche oltre la sua storia personale. Lei ha dimostrato di saper trasformare la cattiveria ricevuta in motivazione e di non permettere a pochi sconosciuti di definire il valore che attribuisce a se stessa. Ma non possiamo pretendere che ogni ragazzo o ragazza abbia la stessa capacità di reagire.
La vera vittoria, allora, non è soltanto quella conquistata sul campo, ma avere la capacità di costruire un ambiente nel quale nessuno debba sentirsi obbligato a dimostrare il proprio valore attraverso una medaglia, un risultato o un’apparente corazza emotiva per meritare rispetto.
Il corpo di una persona non è uno spazio pubblico sul quale chiunque può esprimere giudizi. E nessuna vittoria dovrebbe essere accompagnata dalla necessità di difendersi dagli insulti.
redazione@diariopontino.it


