Dopo l’ennesima tragedia a San Giovanni al Natisone, Antonietta Malito firma un’analisi lucida e profonda sui limiti della prevenzione: la violenza di genere non è un fatto privato, ma una responsabilità che interroga l’intera società.
Un’altra donna uccisa, un altro epilogo tragico che si ripete secondo un copione drammaticamente già scritto. I fatti di San Giovanni al Natisone ci mettono di fronte a una verità scomoda: denunciare è fondamentale, ma da solo non basta a salvaguardare una vita se la protezione non è immediata e proporzionata al rischio reale.
Nel nuovo appuntamento con la rubrica Riflessioni di Passaggio, Antonietta Malito analizza la distanza che ancora separa il segnale d’allarme dalla tragedia. Perché un femminicidio non è mai un evento improvviso, ma il culmine di un percorso fatto di controllo, paura e isolamento. E la vera prevenzione comincia solo quando l’intera comunità — dalle istituzioni ai vicini di casa — smette di considerare la violenza un problema del singolo.

Quando la denuncia non basta: femminicidio, ultimo atto
Un’altra donna è stata uccisa per mano di un uomo. La morte è avvenuta dopo una lite, probabilmente l’ennesima. Le urla della vittima sono state avvertite dai vicini che hanno chiamano il 112.
È accaduto a San Giovanni al Natisone, in provincia di Udine, nel pomeriggio di sabato 29 agosto. La donna è stata trovata senza vita nella propria abitazione, con una grave ferita alla gola. È stato fermato il compagno, che si trovava ancora in casa quando sono arrivati i carabinieri.
Gli investigatori stanno ricostruendo la dinamica dei fatti e verificando anche le segnalazioni relative a precedenti episodi di violenza all’interno della coppia.
Ancora una volta, dunque, la cronaca ci racconta di un femminicidio. Ancora una volta, il copione si ripete.
Intanto, continuiamo a parlare di donne minacciate, perseguitate, umiliate, aggredite e terrorizzate e, nonostante questo, continuiamo ad apprendere di donne uccise da uomini con i quali avevano avuto o avevano una relazione. Perché?
Il femminicidio non nasce nel momento in cui viene sferrato il colpo mortale. Quasi mai è un fulmine che cade in un cielo completamente sereno, ma è sempre preceduto da comportamenti, minacce, controllo, paura, aggressioni, isolamento.
Segnali che spesso vengono percepiti non solo dalla vittima, ma dalla stessa famiglia, dagli amici, dai vicini. In alcuni casi – come quello in questione – arrivano anche alle istituzioni attraverso una denuncia.
Allora, cosa deve fare una donna quando ha già chiesto aiuto e continua ad avere paura?
La denuncia è necessaria ma non sufficiente perché non impedisce automaticamente a un uomo violento di spingersi oltre.
La vera prevenzione comincia quando una situazione di pericolo viene riconosciuta prima che diventi irreversibile.
Ogni femminicidio interroga anche il sistema che sta intorno alla vittima: le forze dell’ordine, la magistratura, i servizi sociali, i centri antiviolenza, la sanità, la scuola, i familiari, i vicini. Nessuno, da solo, può risolvere un fenomeno così complesso. Ma proprio per questo nessuno dovrebbe poter pensare che il proprio compito finisca con una segnalazione, una denuncia raccolta o un intervento occasionale.
Che fare, allora? È necessario imparare a colmare la distanza che intercorre tra il momento in cui una violenza viene percepita e quello in cui diventa una tragedia.
Parlare di femminicidio serve sì a riportare l’attenzione della gente su un dramma che si consuma con una frequenza sempre più crescente, ma non basta a evitare che accada il peggio.
Servono prevenzione, protezione e una capacità di intervento proporzionata al pericolo reale. Serve soprattutto cambiare il modo in cui guardiamo alla violenza, che deve essere concepita come un problema che coinvolge l’intera comunità, non il singolo.
Una donna non dovrebbe dover aspettare di essere quasi uccisa perché la sua paura venga considerata seria e reale e, soprattutto, non dovrebbe essere la morte a dimostrare che il pericolo esisteva già da tempo.
Ogni volta che una donna viene uccisa da un compagno o da un marito, la società si ritrova a chiedersi se si sarebbe potuto fare qualcosa prima, ma il vero obiettivo della prevenzione dovrebbe essere proprio quello di fare in modo che quella domanda non debba più essere posta.
A cura di Antonietta Malito.


