Il tempo, ricchezza da non sprecare

Antonietta Malito
"Riflessioni di Passaggio"

Nuova riflessione di Antonietta Malito per la Rubrica “Riflessioni di Passaggio”.

Il tempo scivola via in silenzio. Non fa rumore, non chiede permesso. Eppure è l’unica vera ricchezza che non possiamo né accumulare né recuperare.In questa nuova e profonda riflessione, Antonietta Malito ci invita a fermarci e a guardarci dentro: in una società che ha trasformato la frenesia in uno status symbol e la lentezza in un lusso sospetto, stiamo davvero vivendo o semplicemente riempiendo le nostre giornate?

Tra notifiche continue, impegni sovrapposti, produttività ossessiva e la costante sensazione di non avere mai abbastanza tempo, l’autrice ci ricorda che il tempo non è un contenitore da saturare, ma un bene prezioso da abitare con consapevolezza.

Perché alla fine non ricorderemo tutte le email inviate o le scadenze rispettate, ma gli sguardi, le risate, gli abbracci e quei momenti in cui siamo stati davvero presenti.

Un testo intenso e necessario, che ci spinge a una domanda semplice ma radicale: stiamo sprecando il nostro tempo o lo stiamo finalmente vivendo?

Il tempo, ricchezza da non sprecare

l tempo non fa rumore. Scivola via con la discrezione di un ospite educato, mentre noi siamo occupati a guardare uno schermo, a rincorrere una scadenza o a convincerci che avremo tempo più tardi. È forse questa la sua più grande magia, o il suo inganno.

Ci abituiamo talmente alla sua presenza da dimenticare che è l’unica ricchezza che non può essere restituita. I soldi si guadagnano, gli oggetti si ricomprano, perfino alcune occasioni, a volte, ritornano. Il tempo no. Ogni minuto vissuto ha il solo destino di diventare passato. Ciononostante ci comportiamo come se il nostro conto fosse inesauribile. Oggi, essere impegnati sembra una regola da rispettare.

Avere sempre tante cose da fare è diventata la prova che contiamo qualcosa. Se corriamo siamo importanti, se troviamo un pomeriggio libero ci sentiamo quasi in colpa.

Abbiamo trasformato la frenesia in un valore e la calma in un sospetto. La tecnologia avrebbe dovuto regalarci tempo. In parte lo ha fatto, ma poi se lo è ripreso con gli interessi. Le notifiche non conoscono le domeniche o i giorni di festa, le e-mail arrivano anche all’ora di cena, il telefono è sempre pronto a ricordarci che qualcuno si aspetta una risposta da noi. Siamo diventati più veloci, ma incapaci di fermarci.

Anche il riposo, ormai, pare debba produrre qualcosa. Si legge per migliorarsi, si corre per registrare i chilometri, si viaggia per pubblicare fotografie, si medita per aumentare la produttività. Perfino il silenzio deve dimostrare di essere utile. Ma c’è un’utilità che non compare in nessun grafico ed è quella di sentirsi vivi.

Ci sono serate in cui arriviamo a casa esausti e non ricordiamo nemmeno cosa abbiamo fatto durante la giornata. Pur avendo riempito ogni spazio sentiamo dentro una strana sensazione di vuoto, come se avessimo attraversato il giorno senza averlo abitato davvero.

E allora rimandiamo una telefonata ai nostri cari, una passeggiata con chi amiamo, la lettura di un libro. Rimandiamo persino di prenderci cura di noi stessi, convinti che arriverà un periodo più tranquillo che, però, puntualmente tarda ad arrivare.

Nel frattempo, le relazioni si consumano a causa delle piccole assenze, delle conversazioni interrotte da uno sguardo al telefono, delle cene condivise con la testa altrove, degli “adesso non posso”. L’affetto chiede tempo e soprattutto presenza. Nessuno di noi può allungare le giornate, però possiamo decidere come attraversarle. Dire sì a qualcosa significa inevitabilmente dire no a qualcos’altro.

Vale allora la pena di domandarsi se ciò a cui stiamo rinunciando sia davvero meno importante di quello che stiamo inseguendo. Rallentare non significa diventare meno ambiziosi ma ricordarsi che una vita piena non coincide necessariamente con una vita significativa.

Una passeggiata, una cena senza guardare il telefono, il profumo del caffè bevuto lentamente, una pagina letta senza l’ansia di arrivare alla fine, il silenzio condiviso con una persona che ci fa stare bene, sono tutti piccoli momenti ma capaci di diventare, col tempo, i ricordi più grandi.

Probabilmente la vera rivoluzione, oggi, non consiste nel correre più veloce degli altri, ma nell’avere il coraggio di scegliere quando fermarsi, di difendere qualche spazio vuoto in un’agenda troppo piena, di sottrarre tempo all’urgenza per restituirlo a ciò che conta davvero.

Il tempo non ci chiede di essere riempito ma di essere vissuto e, alla fine, quando ci volteremo indietro, difficilmente ricorderemo tutte le e-mail inviate o gli impegni rispettati. Ricorderemo invece uno sguardo, una risata, un abbraccio, una serata speciale.

Perché, alla fine, ciò che conta è la quantità di istanti in cui siamo stati davvero presenti. Dunque, sta a noi decidere se lasciar passare il tempo o accompagnarlo, finalmente, con la consapevolezza di chi ha capito che la ricchezza più grande non è possederne di più, ma sprecarne di meno.

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