Quando il divertimento diventa crudeltà

Antonietta Malito
Quando il divertimento diventa crudeltà

Nuova riflessione di Antonietta Malito per la Rubrica “Riflessioni di Passaggio”.

La morte di un gabbiano nel porto di Gallipoli, brutalmente aggredito da un gruppo di ragazzini che lo hanno trasformato in bersaglio di pallonate e bottiglie tra risate e scherni, non è solo un tragico episodio di cronaca. È uno specchio scomodo davanti al quale siamo chiamati a interrogarci.

Cosa succede quando la sofferenza di un essere vivente smette di suscitare compassione e diventa fonte di divertimento? Dove si perde quel confine sottile che separa il gioco dalla crudeltà? E cosa dice di noi, come società e come adulti, il fatto che gesti simili possano verificarsi con apparente leggerezza?

Nella sua nuova e intensa riflessione, Antonietta Malito analizza con lucidità e profondità questo episodio, interrogandosi sulle radici di una violenza che nasce dalla noia, dal bisogno di approvazione del gruppo e dalla progressiva desensibilizzazione emotiva delle nuove generazioni.

Quando il divertimento diventa crudeltà

La morte di un gabbiano nel porto di Gallipoli, avvenuta in seguito a una brutale aggressione, lascia sgomenti. Un animale indifeso è stato trasformato in bersaglio da un gruppo di ragazzini. Pallonate, bottiglie lanciate per colpirlo, risate. Un crescendo di violenza consumato come se fosse un passatempo, fino a quando la sfortunata creatura ha smesso di lottare.

La sua morte non è soltanto un fatto di cronaca ma uno specchio nel quale, volenti o nolenti, siamo chiamati a guardarci. E allora viene naturale porsi alcune domande. Cosa accade quando la sofferenza di un essere vivente non suscita più compassione ma divertimento? Quale passaggio si compie dentro una persona quando il dolore dell’altro diventa un’occasione per sentirsi forti, per ottenere l’approvazione del gruppo o semplicemente per spezzare la noia?

Le spiegazioni possibili sono molte. Educazione carente, modelli sbagliati, desensibilizzazione alla violenza, incapacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni. Sono chiavi di lettura importanti, ma non devono mai trasformarsi in alibi. Capire le cause di un comportamento è necessario, giustificarlo è un’altra cosa. Chi infierisce contro un animale inerme manifesta qualcosa che va oltre la semplice mancanza di rispetto.

Rivela un rapporto alterato con la sofferenza, l’incapacità di percepire il valore della vita quando appartiene a chi non ha voce e non può difendersi. È un segnale che non dovrebbe essere sottovalutato, perché l’empatia non si perde all’improvviso ma si affievolisce poco alla volta, ogni volta che il dolore dell’altro viene banalizzato, ignorato o trasformato in spettacolo. Per questo la crudeltà verso gli animali non può essere liquidata come una bravata.

È un campanello d’allarme che ci obbliga a interrogarci sul modo in cui stiamo crescendo le nuove generazioni. Quanto spazio diamo all’educazione emotiva? Quanto tempo dedichiamo a insegnare il rispetto, la responsabilità, la capacità di riconoscere la sofferenza? E quanto, invece, deleghiamo questo compito a modelli che premiano l’esibizione, la prevaricazione e la ricerca continua di consenso?

L’empatia si costruisce ogni giorno, attraverso l’esempio degli adulti, il linguaggio che usiamo, il modo in cui trattiamo chi è più fragile, umano o animale che sia. È fatta di gesti quotidiani, spesso silenziosi, che insegnano molto più di qualsiasi lezione. In questa vicenda, però, c’è anche un lato positivo. Alcuni passanti, infatti, hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte, hanno coperto il gabbiano con una coperta e chiamato i soccorsi e i volontari, sperando fino all’ultimo di salvarlo. Non ci sono riusciti ma ci hanno provato, a dimostrazione che l’umanità non è ancora morta.

Il valore di una società si misura anche da come reagisce quando la vittima è la più fragile e la meno visibile e se è vero che la morte di quel gabbiano non cambierà il mondo, è altrettanto vero che sarebbe ancora più triste se non cambiasse nemmeno il nostro modo di guardarlo.

A cura di Antonietta Malito.