Dalle antiche paludi alle grandi opere di bonifica, il lungo percorso che ha cambiato il volto dell’Agro Pontino.
L’Agro Pontino, situato a sud dei Colli laziali e delimitato dai Monti Lepini e Ausoni da una parte e dal mare da Nettuno al Circeo e Terracina dall’altra, rappresenta la naturale estensione meridionale dell’Agro romano. Caratterizzato da un clima temperato-mediterraneo, con estati calde e siccitose e piogge concentrate nei mesi freddi, è un territorio reso mite dalla protezione dei Lepini e dall’azione termoregolatrice del mare, che tuttavia favorisce la presenza di venti costanti. Un tempo però queste terre erano considerate proibitive: “Hic sunt leones”, riportavano le antiche carte, ricordando come fino ai primi decenni del ’900 l’area fosse un immenso acquitrino malsano. Numerosi furono i tentativi di bonifica, dai Romani, da Giulio Cesare a Traiano e Nerva, ai pontefici del Medioevo e del Rinascimento: Bonifacio VIII, interessato anche per motivi personali; Martino V, da cui prende nome il canale Rio Martino; Leone X, che affidò i lavori a Giuliano de’ Medici con la collaborazione di Leonardo da Vinci; e ancora Sisto V, che morì di malaria durante un sopralluogo, e Clemente XIII. Grande impulso arrivò da Pio VI, grazie all’ingegno dell’idraulico Gaetano Rappini, che realizzò il monumentale Canale Linea Pio VI, capace di convogliare le acque verso Porto Badino. Anche Pio IX proseguì l’opera, istituendo il Consorzio Idraulico della Bonificazione Pontina. Tuttavia, ancora nel 1922 le mappe indicavano l’area come “Paludi pontine”, con pochi tracciati riconoscibili oltre la via Appia e la ferrovia Roma–Napoli, segni di un territorio difficile da attraversare e poco adatto allo sviluppo agricolo.

Solo con il regime fascista, la bonifica assunse un carattere definitivo, trasformando radicalmente la regione e divenendo simbolo di efficienza e forza politica.
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