Un mondo arcaico di selve, acquitrini e comunità dimenticate.
Prima della grande bonifica, la pianura pontina si presentava come un territorio selvaggio in cui acquitrini, selve millenarie e rare radure coltivabili si alternavano creando un paesaggio tanto affascinante quanto ostile. Le grandi foreste, la Selva di Terracina, del Circeo e di Cisterna, ospitavano querce da sughero, lecci, pini e fitte macchie mediterranee; tra la fauna spiccavano cinghiali, volpi, cervi, oltre a uccelli rari come il cavaliere d’Italia o il cigno rosso.
Nelle acque stagnanti abbondavano rettili, anfibi e insetti, con libellule e idrometre che primeggiavano su tutto. Natale Prampolini descriveva la presenza di maestosi buoi bianchi, cavalli selvaggi e branchi di bufali, simboli viventi della pianura.
Nonostante l’apparente desolazione, la zona non era disabitata, alcune migliaia di persone vivevano per gran parte dell’anno nelle lestre, capanni di paglia e fango, privi di finestre e camino, con un’unica stanza intorno a un focolare centrale. Le famiglie, provenienti da paesi lontani dei monti Lepini e della Ciociaria, affrontavano viaggi di decine e decine di chilometri per raggiungere la palude, da cui si allontanavano solo d’estate, quando le zanzare e la malaria rendevano impossibile restare.
Le loro giornate erano dedicate a mestieri essenziali e spesso durissimi, il taglio della legna, la produzione di carbone, l’allevamento di bestiame e la caccia, ma anche attività singolari come la raccolta delle rane per i ristoranti romani o la cattura delle sanguisughe, allora molto usate in medicina.
Il paesaggio, tuttavia, possedeva una bellezza potente e selvaggia che colpì profondamente osservatori dell’epoca. Il lago di Fogliano, con le sue palme maestose e gli stormi di uccelli acquatici, appariva come un’oasi tropicale, nonostante l’insidia dell’anofele. Il geografo Roberto Almagià descrisse con trasporto le selve secolari e gli sconfinati campi di rosella dai fiori gialli, ricordando come quel mondo, destinato a scomparire con la futura bonifica, meritasse di essere visitato “lembo per lembo”.
Quando i lavori di trasformazione divennero imminenti, molti italiani guardarono all’impresa con orgoglio nazionale, percependo nella bonifica una grande opera di redenzione per il territorio e per il Paese. Ma per i lestraioli il cambiamento fu drammatico: abituati a un ambiente ostile ma ricco di risorse, dovettero abbandonare le paludi e tornare nei paesi di montagna, senza essere inclusi tra i nuovi assegnatari dei poderi agricoli. Così scomparve un mondo arcaico, antico e complesso, che per secoli aveva resistito immutato.
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