Quanto costa dire “non ce l’ho fatta”?

Antonietta Malito
#NonCeLHoFatta

Perché nessuna delusione dovrebbe mai trasformarsi in vergogna.

Nel nuovo intervento della Rubrica “ Riflessioni di Passaggio ”, la Direttrice Antonietta Malito affronta con delicatezza e profondità una tragedia che ha scosso l’opinione pubblica: la morte di Miriam Indelicato, la studentessa 23enne della Luiss precipitata dalle scale dopo aver annunciato la sua laurea, che in realtà non avrebbe più sostenuto dal 2024.

Un dolore immenso che ci costringe a interrogarci sul peso invisibile che tanti giovani portano dentro: la paura di deludere, la vergogna di non essere all’altezza, l’ansia di dover mantenere a tutti i costi un’immagine di successo.

Antonietta Malito ci invita a riflettere su quanto possa costare, a volte, dire semplicemente “non ce l’ho fatta”. Su quanto sia difficile, per i nostri ragazzi, ammettere un errore, un ritardo, un cambio di strada, in una società che sembra premiare solo chi non sbaglia mai.

Miriam Indelicato

Quanto costa dire “non ce l’ho fatta”?

Miriam Indelicato, 23 anni, studentessa della Luiss, è morta a Roma precipitando dalle scale dopo aver annunciato la sua laurea, ma pare che non fosse più iscritta all’ Università dal 2024. La sua tragica fine, probabilmente un suicidio, deve farci riflettere.

Miriam era bellissima, con una vita davanti, e certamente sogni simili a quelli di tanti altri giovani della sua età. Eppure è bastato quel peso, invisibile ma enorme, a gettarla nello sconforto e a indurla a farla finita: la paura di deludere, di non essere abbastanza, di essere vista come un fallimento.

Un esame saltato, una verità non detta, e poi un’altra ancora, fino a costruire, giorno dopo giorno, una realtà parallela da difendere a tutti i costi. A un certo punto, quel castello è diventato una prigione, dalla quale Miriam non è riuscita a scappare.

Fa male pensare che si possa arrivare a un punto in cui dire la verità sembra più difficile che continuare a mentire. In cui ammettere “non ce l’ho fatta” appare insopportabile. Come se il valore di una persona fosse davvero tutto racchiuso in un traguardo mancato, in una laurea, in una aspettativa non soddisfatta.

La sua tragica storia ci invita a soffermarci sulle fragilità diffuse, spesso nascoste di ragazzi e ragazze che vivono sotto la costante pressione di performare, di riuscire, di non sbagliare. Ragazzi che, quando qualcosa va storto, invece di parlarne con la famiglia, si chiudono perché si vergognano, si sentono soli anche quando non lo sono.

Il fallimento, quello vero o presunto, fa paura perché ci mette a nudo e ci fa sentire fuori posto, “meno” degli altri, ma non dovrebbe mai diventare una condanna.

Forse dovremmo imparare tutti — genitori, amici, società — a lasciare più spazio all’imperfezione, a dire chiaramente che sbagliare è umano, che cambiare strada non è una sconfitta e, soprattutto, che dire la verità non dovrebbe mai costare così tanto.

Perché nessuna delusione dovrebbe trasformarsi in vergogna e sconfitta, perché nessun traguardo vale più della vita di una persona.

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