Il giorno dopo non può essere un giorno qualunque.

Antonietta Malito
"Il giorno dopo non può essere un giorno qualunque"

Il 26 novembre è il giorno dopo. Quello che segue la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Quello in cui le piazze tornano a svuotarsi, i microfoni si spengono, gli slogan si dissolvono nell’aria come se fossero stati soltanto un rito, una parentesi. Eppure, il 26 novembre non può più essere un giorno qualunque.
Lo affermo con la consapevolezza che la potenza di ieri rischia di scivolare nel silenzio di oggi. Ogni anno si moltiplicano i cortei, i dibattiti, le parole altisonanti, gli appelli accorati alle donne affinché denuncino. Ma il giorno dopo ci ritroviamo di nuovo davanti a numeri freddi, impietosi, sempre più simili a un bollettino di guerra. E ogni volta ci sentiamo più vulnerabili, più sole, più inascoltate.

Sappiamo bene – perché ce lo dicono i dati – che i femminicidi avvengono soprattutto tra le mura domestiche, da parte di uomini che si dichiaravano innamorati. Ma perchè? È questa la domanda che ci invita a riflettere. La ragione, spesso, è il bisogno patologico di possesso, la rabbia che deriva di fronte a una donna che smette di essere docile, che dice “no”, che si allontana, che decide di vivere.

Sì, perché per molti uomini perdere una donna significa perdere un oggetto, non una persona. Significa sentirsi sfidati, mancati, umiliati. Ma come si può parlare d’amore quando ciò che muove è il dominio? Quando il controllo diventa una gabbia, la gelosia un’arma, l’affetto un pretesto? Eppure accade, ovunque. E accade anche perché molte donne hanno paura di denunciare, di non essere credute, di peggiorare la propria situazione. Paura, soprattutto, di restare sole.

Perché spesso sole lo sono davvero: quando le istituzioni le ascoltano solo dopo l’irreversibile, quando una denuncia non basta a proteggerle, quando la loro vita diventa un conto alla rovescia.
E allora, oggi 26 novembre, cosa rimane? Dovrebbe rimanere la responsabilità. La nostra, quella delle istituzioni, quella della società tutta. Perché non bastano le parole, non bastano le panchine rosse, non bastano le ricorrenze se poi non si interviene al primo grido soffocato, al primo controllo ossessivo, al primo schiaffo nascosto.

Non basta dire “denuncia”, se poi chi denuncia rischia di essere lasciata ancora più esposta.

Credo che la vera rivoluzione sia nell’azione immediata, nell’ascolto tempestivo delle forze dell’ordine, nella tutela concreta, nell’accompagnamento delle donne che trovano il coraggio di parlare. E credo anche che la radice stia nell’educazione. Nelle famiglie, nelle scuole, tra i giovani. Perché la violenza non nasce all’improvviso, ma cresce, si alimenta, si impara. E il rispetto – quello autentico – si impara allo stesso modo.

Oggi, il giorno dopo, mi rifiuto di lasciare che le voci si affievoliscano. Mi rifiuto di tornare al silenzio. Oggi è il giorno in cui dobbiamo decidere se lasciare che tutto scivoli via o se trasformare la memoria di ieri in un impegno quotidiano. Perché non basta ricordare, serve insistere, disturbare, scuotere, parlare ancora e ancora.

Serve che questa eco non smetta di risuonare finché nessuna donna sarà più costretta a scegliere tra la sua vita e la sua libertà.

Il 26 novembre non è un giorno dopo. È il giorno che ci mette alla prova. Tutti.

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