Giorno della Memoria: quando gli ebrei pontini furono costretti a vivere nel Ghetto a Roma

Come iniziò il calvario delle comunità dei Lepini, di Terracina, Cori, Fondi e Sermoneta.

La storia  degli ebrei pontini ha radici lontane.  Nella ricorrenza della Giornata della Memoria che vuole ricordare quella storica data del  27 Gennaio del ’45 quando l’Armata Rossa fece irruzione, ponendo fine ad un massacro inumano, nel campo di Auschwitz abbattendo tutti i cancelli del lager degli ebrei, anche pontini! Si ma questo è solo il terminale di una storia nata nel sedicesimo secolo quando il 14 Luglio 1555 l’allora pontefice Paolo IV Carafa, nel suo intento di rafforzare la sua idea di cristianità,  promulgava  una bolla, molto contestata ancora oggi “Cum Nimis Absurdum” che tradotto vale a dire: “Essendo davvero assurdo”. Che significava tutto ciò? Semplice , era rivolta agli ebrei che, proprio secondo le intenzioni del Pontefice, non dovevano vivere a stretto contatto con la comunità cristiana.
Bisognava trovare un rimedio con vessazioni, regole e soprattutto modi di vivere e allora ecco spuntare l’idea di un Ghetto, come quello costruito qualche anno prima a Venezia. Per la cronaca in dialetto veneto  il Ghetto era  una modifica alla parola che significava: zona artigianale della città veneta. Ma andava bene anche per Roma, addirittura con l’aggiunta del nome di “ Serraglio degli Ebrei”. E allora come si dovevano comportare gli ebrei romani? Semplice: vivere di stenti senza risorse e circoscritti in una zona nei pressi del Tevere dove venne anche costruita una sinagoga. 
Ma non bastava perché dopo la fuga di molti ebrei  da Spagna e Portogallo verso Italia c’era da gestire anche le numerose comunità nostrane sparse sui molti Lepini, Ausoni ed Aurunci. E allora? Tutti a Roma, tutti nel Ghetto.  Ecco famiglie di “nomadi” lasciare Sermoneta, dove ancora oggi ci sono testimonianze ben visibili di quella comunità, Terracina Cori, Velletri, Fondi Gaeta Piperno e via dicendo. Roma si popolò, quindi, di indesiderati ai quali come cognome, per essere ovviamente catalogati e riconosciuti, venne dato  il nome del paese o borghi di provenienza. Le famiglie più popolose furono i Sermoneta, Terracina, Piperno, Gaeta, Velletri  e Di Cori (con la Di avanti).  La via non fu per niente agevole, senza  beni e senza possedimenti le famiglie ebree iniziarono così una nuova forma di commercio , quasi bancario, che ben presto consentì loro di sbarcare il lunario e, strada facendo, divenendo anche finanziatori a “tasso” anche per le casse vaticane.  Il commercio fu la loro salvezza anche se isolati dal resto della popolazione, quella cristiana. Il loro calvario non ebbe mai fine  fino a quel famoso  16 Ottobre del 1943 con la retata tedesca nel Ghetto romano.  Anche molte famiglie di estrazione pontina vennero, così,  costrette  a  viaggiare verso l’ignoto, o meglio verso quei forni che ancora oggi non riescono a spegnersi nella mente di tutti.  Oggi vogliamo ricordare tutti i martiri di quella barbarie ma soprattutto non dimenticare quanti, dal nostro territorio, furono costretti dopo quella incomprensibile bolla papale che,  a mio avviso, nulla aveva a che vedere con la parola del Vangelo. Fu quello un errore imperdonabile che, purtroppo, condannò ai margini molte nostre famiglie collinari e marine.