E noi continuiamo a far finta di non vederlo.
Scrivo queste righe con amarezza.
Le scrivo da cittadino, da commerciante, ma anche da componente di una redazione che ogni giorno racconta questa città. E proprio per questo non posso più fingere che tutto vada bene.
Passeggiare oggi lungo il Corso – un tempo Via Appia a doppio senso – è un’esperienza che lascia sentimenti contrastanti. Dal tratto nord, tra parcheggi introvabili e sensi unici che trasformano la strada in una lunga passerella, si arriva ai giardini: bellissimi, ristrutturati, curati, illuminati. Un intervento importante, reso possibile dai fondi del PNRR. Il fascino del ” Comune vecchio “, la discesa verso la rotonda del Buttero. Tutto, esteticamente, funziona. Di sera è persino suggestivo.
Eppure basta alzare lo sguardo dalle aiuole alle saracinesche per capire che qualcosa non torna.
Negli ultimi sei mesi hanno chiuso 10–12 attività commerciali storiche, alcune con decenni di servizio alle spalle. Non piccoli esperimenti, ma negozi veri, radicati, parte della vita quotidiana della città.
Il commercio, nel centro di Cisterna, sta morendo.
I motivi sono sotto gli occhi di tutti:
– parcheggi insufficienti o occupati per ore da chi vive in zona o da pendolari che lasciano l’auto per andare in stazione;
– l’assenza di una regolamentazione efficace (strisce blu? rinnovo del bando? silenzio);
– nessuna attrattiva strutturata: eventi, isole pedonali, iniziative continuative capaci di portare persone e creare flusso;
– una competizione impari con i centri commerciali, che offrono comodità, parcheggi, concentrazione di servizi.
È vero: viviamo una crisi nazionale. I numeri dei “negozi di quartiere” che abbassano le serrande in tutta Italia sono drammatici. Il potere d’acquisto diminuisce, i consumi cambiano, il mercato detta nuove regole.
E sì, in teoria dovremmo “adeguarci”.
Ma qui non stiamo parlando di una metropoli.
Cisterna è una città a misura d’uomo. E in una città così, un negozio non è solo un punto vendita: è presidio sociale, è relazione, è vita. È un pezzo di comunità che resta acceso.
Fa ancora più male constatare che molti commercianti – soprattutto quelli più esposti, quelli che partecipano alla vita politica cittadina – sostengono questa amministrazione, spesso in silenzio, quasi ciecamente.
E mentre qualcuno, per possibilità o per “santi in paradiso”, riesce a trasferirsi in un centro commerciale, il 95% degli altri chiude per sempre.
Allora la domanda è inevitabile:
a cosa serve parlare di riqualificazione, di tradizioni, di senso di appartenenza, se il cuore storico della città viene lasciato al suo destino?
Che valore ha una piazza bella, se attorno non c’è più vita?
Che senso ha investire sull’immagine, se si perde l’anima?
Questa non è una polemica sterile. È una provocazione necessaria.
Perché continuare a raccontarci che “va tutto bene” mentre il centro si svuota è il modo più rapido per perderlo definitivamente.
E allora lo chiedo, con rispetto ma con fermezza, a chi governa questa città:
dove siete?
Avete immaginato qualcosa, davvero, per salvare il commercio del centro storico di Cisterna?
Perché il tempo delle narrazioni è finito.
E le saracinesche chiuse, purtroppo, parlano molto più chiaro di qualsiasi slogan.
redazione@diariopontino.it


