Tra propaganda, paludi e modernità: la storia affascinante (e contraddittoria) della futura Latina.
Dal sopralluogo del 1931 alla grande retorica del regime fino alla trasformazione in Latina e alle contraddizioni di una urbanistica nata per servire e non per attrarre.

Era il 5 ottobre 1931 quando Benito Mussolini, scortato da un seguito di politici e cronisti internazionali, decise di toccare con mano l’avanzamento di quella che considerava la sfida più ardua del regime ovvero la bonifica dell’Agro Pontino. Sei mesi più tardi il Duce tornò sul luogo del delitto, o meglio del miracolo, salendo sulla terrazza di un casone situato in località Il Quadrato, un sito che fino a poco tempo prima era dominato solo da acquitrini e che ospitava l’infermeria del dottor Vincenzo Rossetti, baluardo sanitario in una terra ostile.

Da quella posizione privilegiata lo sguardo non incontrava più il caos di fango e arbusti bensì un ordinato reticolo di strade poderali e canali, un paesaggio geometrico dove le “migliare” tagliavano ortogonalmente l’ Appia. Fu proprio lì, in quel punto che era diventato il quartier generale del cantiere, che Mussolini svelò il suo piano, annunciando che lì sarebbe sorta Littoria, il nuovo centro nevralgico del comprensorio.

Una scelta che lasciò perplessi molti osservatori poiché il Quadrato appariva isolato, lontano settantasei chilometri dalla Capitale, distante dall’unica arteria vitale quale era l’Appia e privo di collegamenti ferroviari o marittimi immediati. Eppure la logica dietro quella decisione, rivendicata da Valentino Orsolini Cencelli, Commissario dell’Opera Nazionale Combattenti, rispondeva a una precisa visione politica e sociale che voleva una città baricentrica ma non dominante, un semplice “comune rurale” destinato a fungere da centro servizi per i campi e privo di velleità industriali, un concetto ribadito dallo storico Annibale Folchi secondo cui le città pontine nascevano in funzione antiurbana per servire la gente e non per attrarla.

Nonostante l’intento di limitarne la crescita, il censimento del 1936 registrò quasi ventimila residenti, a testimonianza di un’espansione demografica che sfidava le intenzioni originali. La posa della prima pietra avvenne il 30 giugno 1932 in un clima dimesso e senza la presenza del Duce, il quale tuttavia comprese ben presto l’enorme potenziale propagandistico dell’operazione e affidò in tutta fretta il progetto all’architetto Oriolo Frezzotti. Il disegno urbano prese forma attorno al palazzo comunale e alla torre civica che dominava quella che oggi è Piazza del Popolo, affiancata dalla Chiesa di San Marco, ispirata alla Basilica di Aquileia e arricchita da vetrate che celebravano l’epopea della Bonifica.

ra gli edifici simbolo spiccava il palazzo delle poste, capolavoro dell’ingegnere Angelo Mazzoni, celebre per le sue grate metalliche che univano estetica futurista e protezione dalle zanzare, mentre l’ Archeologo Carlo Cecchelli magnificava sulla stampa la dignità che il Fascismo restituiva al lavoro agricolo, elevando Littoria ben al di sopra dei miseri borghi rurali del passato. L’apoteosi si raggiunse il 18 dicembre 1932 quando Mussolini, affacciandosi dal balcone del municipio davanti a una folla di coloni e bonificatori, pronunciò un discorso di grande effetto in cui proclamava la vittoria sulla palude come una tappa fondamentale della rivoluzione fascista, paragonando la lotta contro la natura alle battaglie della Grande Guerra e promettendo che la vittoria definitiva sarebbe giunta solo con il popolamento massiccio dell’area.
Il successo d’immagine fu travolgente, tanto da attirare visitatori dall’estero curiosi di ammirare le “città nuove” come simbolo di efficienza, mentre il regime procedeva a tappe forzate verso le inaugurazioni successive di Sabaudia e Pontinia. Quella parabola storica, iniziata con l’ambizione di piegare la natura alla volontà politica, si chiuse simbolicamente alla fine del conflitto mondiale, quando uno dei primi atti della liberazione fu il cambio della denominazione in Latina il 7 giugno 1945, un gesto necessario per prendere le distanze dal regime che l’aveva generata ma che non cancellò la complessa eredità urbanistica e sociale di una città nata dal nulla.
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