Intelligenza artificiale e lavoro: pericolo o opportunità ?

Giuseppe Di Sangiuliano

 Uno studio  sull’impatto dell’IA dimostra che non tutti i lavori sono destinati a sparire.

Nel dibattito sull’intelligenza artificiale anche se spesso prevale il timore che le macchine possano sostituire l’uomo  c’è chi , come la rete multinazionale di imprese di servizi professionali (PwC) , grazie allo studio  sull’impatto che ha avuto l’IA in Svizzera dimostra che non tutti i lavori sono destinati a sparire.

L’Avv. Giovanni Spinapolice ( esperto di Filosofia del Diritto delle IA) con una nota invita la politica  a non perdersi troppo in discussioni sull’esistenza stessa dell’IA e a sbrigarsi nel saper regolamentare  questa transizione perché “ a distruggerci sarà la nostra incapacità di distinguerci dalla macchina”

Bisogna avere la capacità  di non considerare l’IA come una minaccia  ma come un potente strumento di supporto e trasformazione nella consapevolezza che una   “Laurea tecnica”, fondata su competenze facilmente automatizzabili, non è più sufficiente a proteggerci. Quindi non basterà aggiornare i profili tecnici per rincorrere la macchina   ma sarà sempre più urgente formare esseri umani in grado di restare centrali dove la macchina non può arrivare perché la componente umana non è replicabile: pensiero critico, sensibilità etica, immaginazione, giudizio, relazione, interpretazione. 

Secondo l’Avv. Spinapolice “serve un nuovo umanesimo tecnologico, non per nostalgia del passato, ma per costruire un futuro in cui l’intelligenza artificiale sia alleata e non padrona”.

 Le Università dovranno essere ripensate in profondità per salvaguardare le competenze necessarie alla governance dell’IA e per riconvertire le filiere obsolete verso studi umanistici riformati, capaci di affrontare la complessità del presente e l’imprevedibilità del futuro. Nel frattempo , già ad oggi,  milioni di lavoratori rischiano l’esclusione e il legislatore non potrà limitarsi ad assistere: dovrà agire con ammortizzatori sociali intelligenti, ma anche con visione culturale. Il rischio non è che la macchina superi l’uomo, ma che l’uomo dimentichi cosa lo rende unico. La sfida non è dunque tecnologica, ma culturale e va giocata subito.

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