Nella bonifica pontina il regime fascista non controllava solo la terra, ma anche la vita quotidiana dei coloni.
Nella nuova puntata della Rubrica “Storia e Storie Pontine”, Emanuele Bonaldo ci accompagna in un aspetto poco raccontato ma molto significativo della colonizzazione dell’ Agro Pontino: il sofisticato sistema di controllo e consenso costruito dall’Opera Nazionale Combattenti attraverso premi, concorsi e ricompense.
Lontano dall’immagine idilliaca della bonifica, il regime fascista esercitava un potere pervasivo sulla vita quotidiana dei coloni, regolando non solo la produzione agricola, ma anche i comportamenti sociali e privati. Attraverso il contratto di mezzadria, l’ ONC utilizzava una strategia chiara: bastone e carota.

La pedagogia del consenso tra premi e disciplina agraria
Attraverso una capillare organizzazione di concorsi e ricompense l’ Opera Nazionale Combattenti cercava di orientare ogni aspetto della quotidianità rurale verso l’ideale fascista
Nell’universo rigidamente regolamentato dell’ Agro Pontino il rapporto tra il regime e le famiglie coloniche si fondava su una costante dinamica di controllo che lo storico Stefano Mangullo definisce basata sulla logica del bastone e della carota.
In nessun’altra parte d’Italia lo Stato poteva esercitare un potere così pervasivo sulla vita dei contadini, regolando non solo la produzione agricola ma anche il comportamento sociale e privato attraverso un contratto di mezzadria che puniva le inadempienze e premiava le virtù.
Il sistema dei premi era uno strumento fondamentale per catturare il consenso e spingere anche i più indocili verso modelli comportamentali ritenuti virtuosi. Venivano organizzati concorsi per ogni aspetto della vita nei poderi: si premiava la perfetta massaia, la casa più pulita e fiorita, l’orto meglio tenuto e persino il lavoro agricolo femminile.

In Agro Pontino la competizione serviva a indurre i coltivatori a impegnarsi per ” fare una bella pubblica figura “, con riconoscimenti per la miglior tenuta del bestiame o la maggior produttività del suolo.
Momenti di altissima valenza simbolica erano le cerimonie pubbliche come quella del 18 Dicembre 1933 , quando Mussolini consegnò personalmente il premio di colonizzazione di 1.500 lire a centinaia di coloni e ricompense alle migliori massaie davanti a una folla esaltata.
Tuttavia questo paternalismo statale nascondeva spesso delusioni amare: come testimonia la lettera del colono Nello Soldà, a cui fu tolto il premio di una trattrice proprio davanti al Duce per un improvviso ripensamento della dirigenza locale, generando un profondo senso di ingiustizia.
Anche la stessa assegnazione definitiva del podere era presentata come il premio finale per i meritevoli, un miraggio che Mussolini alimentava promettendo il possesso della terra dopo dieci o vent’anni di obbedienza e duro lavoro.
Questa strategia pedagogica mirava a creare un ” uomo nuovo ” rurale, orgoglioso di appartenere al regime e disposto a promettere, come scriveva un colono al Federale di Littoria nel 1936 , di seguire il cammino indicato “fino alla morte” pur di veder realizzati i propri sogni di proprietà.
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