Cosa ci ha lasciato il meeting di Rimini 2025? Una riflessione.
Gli anni passano e tutto si trasforma, si rinnova. Occorre guardare avanti e “costruire con nuovi
mattoni”.
Il Meeting di Rimini, espressione del mondo cattolico legato al movimento di Comunione e
Liberazione insieme alla Fondazione per la Sussidiarietà e alla Compagnia delle Opere, ha appena
concluso la sua 46ª edizione.
Ormai è diventato un appuntamento fisso di fine estate: un Evento capace di creare sinergie,
occasioni di confronto anche a livello istituzionale, ma soprattutto di catalizzare un’attenzione non
solo mediatica, bensì profondamente valoriale.
Economia, cultura, impresa e politica si intrecciano in un dibattito che ha al centro la
Persona, l’Umano.
Da sempre il Meeting fa notizia per i grandi interventi politici, diventando una sorta di “bussola” che
segnala il clima sociale e politico del momento, offrendo spunti su ciò che potrà accadere nei mesi
successivi.
Eccezionale l’intervento della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, maggiormente nella
parte iniziale della relazione, ha saputo cogliere il senso vero del meeting; intervento ed iniziale
standing ovation che ha fatto letteralmente impazzire tutta una intellighenzia di un pensiero
retrò che ancora pensava di poter tenere in un recinto ideale un’area cattolica che oggi
“non è proprietà” di nessuno.
Eppure il Meeting è molto di più. Non lo si comprende fino in fondo senza viverlo, senza respirarne
l’atmosfera tra gli stand, senza incrociare i volti dei tanti volontari che lo rendono possibile. E
soprattutto non lo si capisce se non alla luce del filo conduttore che ogni anno gli organizzatori
propongono.
Quest’anno il tema ha preso le mosse da una riflessione su Eliot e i Cori della Rocca: una
“speranza che non si limiti alla ricostruzione materiale, ma che ponga al centro la persona e la sua
dimensione spirituale” come ci evidenzia uno dei tanti comunicati ufficiali del meeting.
Una lezione che, pur nata in altri tempi, parla con forza al nostro presente e ci invita a “edificare”
oggi, non guardando indietro.
Il meeting ci richiama alla necessità di non restare spettatori, “sul balcone”, ma di calarci
dentro i problemi quotidiani con uno sguardo nuovo. Papa Francesco ci offre indicazioni
chiare: a noi il compito di accoglierle e tradurle in azione.
Discutere di corpi intermedi, di Europa, di educazione, sviluppo e lavoro, o di come liberare la
cultura dalla sola dimensione statale, non è esercizio teorico: è segno di un impegno concreto.
Il meeting è un Evento che genera relazioni, amicizie, legami anche professionali, ridando
un senso più alto alla vita di tutti i giorni. Non è solo una “passerella politica”. Sono stimoli che
possiamo e dobbiamo raccogliere anche nella nostra realtà locale, regionale e provinciale.
Molti pontini hanno partecipato a questa edizione, alcuni come relatori e protagonisti, altri come
semplici spettatori. Ci auguriamo che ciascuno abbia portato a casa una sollecitazione, un’idea, un
seme da far crescere.
I numeri parlano chiaro: oltre 800mila presenze, 150 convegni con circa 550 relatori italiani e
internazionali, più di 150 aziende partner e il coinvolgimento di movimenti, associazioni e testate
giornalistiche nazionali e internazionali.
Ma il cuore pulsante del Meeting restano i volontari: più di 3.000, provenienti dall’Italia e
dall’estero, dei quali il 60% sotto i trent’anni. Una testimonianza viva di appartenenza e di
speranza.
Resta ora una domanda: e a Latina? Nella nostra comunità, nei nostri territori, cosa
possiamo portare di tutto questo?
A cura di Ivan Simeone



