Dalla visione dei manifesti marinettiani alla concretezza delle Città di Fondazione.
Quando nei primi anni Trenta l’Agro Pontino iniziò a trasformarsi grazie all’imponente opera di bonifica, il Futurismo vide in quel progetto molto più di un intervento ingegneristico: lo interpretò come un segno tangibile della modernità italiana. Filippo Tommaso Marinetti e i suoi compagni di avanguardia avevano da tempo immaginato un’Italia lanciata verso il futuro, una nazione che sapesse sostituire la lentezza contadina con l’energia delle macchine, la staticità del passato con il dinamismo delle nuove città.
La bonifica delle Paludi Pontine sembrava rispondere perfettamente a queste aspirazioni. I giganteschi mezzi meccanici – escavatrici a tazze, trattrici e pompe idrovore – erano per i futuristi più che strumenti di lavoro: erano “sculture dinamiche”, incarnazioni della “bellezza meccanica” celebrata nei manifesti marinettiani. La potenza dei motori e la precisione delle loro funzioni evocavano un vero e proprio culto della macchina, intesa come simbolo di un futuro veloce, efficiente e glorioso.
Accanto alla trasformazione del paesaggio agricolo, la nascita di Littoria nel 1932 portò alla luce un’idea di città che sembrava uscita direttamente dalle visioni di Antonio Sant’Elia. Nel Manifesto dell’Architettura Futurista del 1914, l’architetto comasco aveva immaginato città fatte di linee rette, edifici funzionali, spazi aperti e razionali, attraversate da arterie veloci e dominate dal ritmo delle macchine.
Littoria non era la metropoli verticale sognata da Sant’Elia, ma rappresentava comunque una concreta anticipazione di quel modello: una città ordinata, geometrica, proiettata verso il futuro. Le piazze ampie, gli edifici razionalisti e la disposizione regolare delle strade restituivano la sensazione di un organismo urbano pensato per l’efficienza e la modernità. Non a caso, Marinetti stesso guardò con favore alle Città di Fondazione, riconoscendole come un terreno fertile per l’estetica futurista.
Questo legame tra visione artistica e trasformazione reale si concretizzò anche nell’attività di alcuni artisti locali. Nel 1936, durante la I Mostra d’arte della provincia di Littoria, tenutasi a Sabaudia, si presentò al pubblico il gruppo futurista di Littoria, composto da Dario Di Gese e Pierluigi Bossi. Grazie al sostegno diretto di Marinetti, i due artisti riuscirono ad affacciarsi sulla scena nazionale, esponendo ai Mercati Traianei e alla Biennale di Venezia.
Le loro opere restituivano in chiave futurista l’immaginario della nuova città e della sua campagna. Emblematica fu la raffigurazione della Donna Rurale di Littoria, figura possente e dinamica che incarnava la forza del lavoro agricolo, sempre accompagnata dal profilo geometrico degli edifici cittadini. In quelle tele, il paesaggio pontino bonificato non era solo documentato, ma trasfigurato in una celebrazione della modernità e della produttività.
L’esperienza di Littoria e del suo gruppo futurista dimostra come l’avanguardia marinettiana seppe trovare nelle terre redente dell’Agro Pontino un palcoscenico privilegiato. Qui i manifesti del Futurismo – con la loro esaltazione della velocità, della macchina e della città nuova – trovarono un riscontro concreto, trasformandosi da teoria estetica in realtà urbana e sociale.
Oggi, osservando le opere di Di Gese o passeggiando tra le architetture razionaliste di Latina, è possibile cogliere l’eredità di quella stagione, un momento in cui l’Italia volle presentarsi come una nazione lanciata verso il domani, intrecciando la forza della tecnologia, l’utopia artistica e la costruzione materiale di un paesaggio del tutto nuovo.
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