Morire sul lavoro nel 2026: un rischio quotidiano non più tollerabile

Antonietta Malito
Riflessioni di Passaggio

Nuovo appuntamento con “Riflessioni di Passaggio”, la rubrica di Antonietta Malito, che questa volta accende i riflettori su una delle emergenze più dolorose del nostro tempo: le morti sul lavoro.

Ci sono numeri che non dovrebbero mai diventare una consuetudine. Dietro ogni infortunio mortale c’è una vita spezzata, una famiglia privata dei propri affetti e una domanda che continua a chiedere risposte: quante di queste tragedie si sarebbero potute evitare?

Partendo dal richiamo del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dai dati relativi agli incidenti sul lavoro, Antonietta Malito propone una riflessione che va oltre le statistiche, interrogando le responsabilità di imprese, istituzioni e organismi di controllo. Perché la sicurezza non può essere affidata alla fortuna, né ridursi a un insieme di procedure da rispettare soltanto sulla carta.

Un richiamo alla responsabilità collettiva e alla necessità di agire prima che sia troppo tardi. Perché lavorare dovrebbe significare costruire il proprio futuro, non mettere in conto di perderlo.

Morire sul lavoro nel 2026: un rischio quotidiano non più tollerabile

Nel messaggio per la 76ª Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro, celebrata a Longarone, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella indica la precisa responsabilità che la vita e la dignità delle persone devono venire prima di ogni altra esigenza produttiva.

Non è un richiamo formale ma la misura di quanto ancora manca perché il lavoro sia davvero un luogo di diritti e non, per troppi, un rischio quotidiano.

I numeri restituiscono una realtà difficile da ignorare. Secondo i dati dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega, elaborati sulle rilevazioni INAIL, infatti, nei primi otto mesi del 2026 le vittime in Italia sono state 701, contro le 681 dello stesso periodo del 2025, pari a un aumento del 2,9%. Di queste, 504 hanno perso la vita durante l’attività lavorativa, altre 197 in itinere. Le denunce di infortunio hanno raggiunto quota 404.809, con una crescita del 5,4%.

Dietro ogni cifra ci sono una persona che non è tornata a casa e una famiglia costretta a fare i conti con un’assenza irreparabile. Ma quante di queste tragedie si sarebbero potute evitare?

La sicurezza non può dipendere dalla fortuna, dalla prudenza individuale o dalla capacità di un lavoratore di riconoscere un pericolo che altri avrebbero dovuto prevenire. Servono ambienti adeguati, attrezzature sicure, formazione concreta, controlli efficaci e tempi di lavoro compatibili con la tutela della salute. Servono soprattutto responsabilità che non si esauriscano nelle procedure scritte e negli adempimenti burocratici.

Quando la prevenzione viene sacrificata alla fretta, quando la formazione diventa una formalità, quando la manutenzione o i dispositivi di protezione sono considerati costi da contenere, il lavoro smette di tutelare chi lo svolge. Occorre guardare non solo alla dinamica dell’incidente, ma alle condizioni che lo hanno reso possibile.
Il quadro territoriale conferma la gravità del problema.

Calabria, Sicilia e Campania risultano in zona rossa per incidenza della mortalità, mentre la Puglia si colloca in zona arancione, con 31 decessi in occasione di lavoro nel periodo considerato. A livello provinciale, Taranto registra un’incidenza di 49,5 morti per milione di occupati.

Differenze che richiedono interventi calibrati sulle realtà locali, senza dimenticare che nessun territorio può considerarsi al riparo. Particolarmente allarmante è anche la condizione dei lavoratori stranieri: 189 vittime complessive, il 27,7% in più rispetto al 2025. Il rischio di morte in occasione di lavoro risulta oltre tre volte superiore a quello dei lavoratori italiani.

Un dato che impone di interrogarsi sulle disuguaglianze nell’accesso alla formazione, sulla comprensione delle procedure di sicurezza e sulle condizioni contrattuali in cui una parte della forza lavoro è impiegata.

Le costruzioni restano il settore con il maggior numero di morti durante il lavoro, con 83 vittime, seguite dai trasporti e dal magazzinaggio, con 68, e dalla manifattura, con 62. Settori diversi, accomunati dalla necessità di prevenire rischi spesso conosciuti e, proprio per questo, non più giustificabili come fatalità inevitabili.

Il messaggio di Mattarella richiama i principi della Costituzione, ma la loro forza si misura nei cantieri, nei capannoni, nei magazzini, sulle strade percorse per raggiungere il posto di lavoro. La prevenzione deve cominciare prima dell’emergenza e diventare una responsabilità verificabile per imprese, istituzioni e organismi di controllo.

Non basta commemorare le vittime, esprimere cordoglio o rinnovare impegni quando il bilancio si aggrava. Occorre verificare che le regole siano rispettate, intervenire dove i rischi sono maggiori, investire nella formazione e contrastare ogni pratica che esponga le persone a pericoli evitabili.

Un Paese non può dirsi davvero civile se accetta che lavorare significhi mettere in conto la possibilità di morire. La produttività non può essere l’alibi per abbassare le tutele, né la sicurezza un obbligo da assolvere soltanto sulla carta.

Il lavoro dovrebbe garantire autonomia, dignità e futuro e ogni morte che poteva essere evitata è una responsabilità collettiva che impone di agire, prima che un altro nome si aggiunga a una lista che non dovrebbe esistere.

A cura di Antonietta Malito