“Non si può morire così. Non a vent’anni.”

Antonietta Malito
“Non si può morire così. Non a vent’anni.”

Non possiamo abituarci.

Di fronte a certe notizie, scrivere è un atto doloroso. Non è più giornalismo, è resistenza al silenzio. È un tentativo disperato di dare voce al vuoto che si crea quando tre ragazzi perdono la vita su una strada, in una notte che avrebbe dovuto essere solo un altro momento di spensieratezza tra amici. Ad Asiago, in provincia di Vicenza, tre giovani di appena 20 anni non torneranno più a casa, un quarto lotta per la vita, un quinto è sopravvissuto, ma nessuno potrà mai spiegargli come si torna a vivere davvero dopo una notte così. Dopo aver visto l’inimmaginabile, dopo aver capito, troppo tardi, quanto tutto fosse fragile. In casi come questo non c’è consolazione. Non bastano le parole, i fiori, le veglie, le frasi fatte che ormai conosciamo a memoria: “il destino”, “la fatalità”, “l’ennesima tragedia del sabato sera”. No, non basta più, perché ogni volta che accade, accade davvero. A una madre che non dormirà più, a un padre che si ritrova a cercare il senso di ciò che è successo e che, forse, si poteva evitare, a un fratello che rimane solo, a un’intera comunità che si scopre improvvisamente orfana. E noi cosa facciamo, oltre a commuoverci per qualche istante? Oltre a postare una foto, a condividere un ricordo, a lasciare un commento carico di tristezza e di rabbia? La verità – fa male dirlo – è che questi ragazzi non sono soltanto vittime di un incidente, ma di un sistema, di una cultura, di un vuoto. Un vuoto di attenzione, di educazione, di presenza. Sì, perché abbiamo lasciato che si confondesse la libertà con l’assenza di limiti. Abbiamo permesso che la velocità diventasse un valore, che il rischio venisse celebrato, che la notte fosse il regno dell’invincibilità. E intanto, i nostri ragazzi crescono in una giungla dove la fragilità della vita è una lezione che arriva solo quando è già troppo tardi. Servono leggi? Sì. Ma servono soprattutto adulti presenti, coerenti, coraggiosi. Serve una scuola che non si limiti a spiegare le regole del codice della strada, ma che insegni a prendersi cura di sé e degli altri. Che dica ai ragazzi che il vero coraggio, oggi, è fermarsi. È avere la forza di dire no, anche quando tutti dicono sì. Serve una famiglia che sappia educare alla vita. Serve un’informazione che smetta di normalizzare l’esagerazione, che racconti l’eroismo della prudenza, della responsabilità, del rispetto.E serviamo noi, come comunità. Serve che smettiamo di girarci dall’altra parte, di dire “tanto non possiamo farci nulla”. Serve che il nostro dolore non sia sterile, ma generativo. Che diventi consapevolezza, scelta, impegno. Perché oggi, ancora una volta, piangiamo dei ragazzi. E domani potremmo essere noi a ricevere quella chiamata nel cuore della notte, una chiamata che nessun genitore, nessun fratello, nessun amico dovrebbe mai ricevere. Lo dico da giornalista, ma soprattutto da essere umano, perché non possiamo abituarci a tutto questo. Non possiamo archiviare l’ennesima tragedia in un trafiletto e poi passare oltre. Dobbiamo fermarci, guardare in faccia questo dolore e scegliere, tutti insieme, di cambiare qualcosa. Perché non è giusto che si continui a morire in questo modo e così presto. Perché la vita è e deve essere una priorità.

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