Nel nuovo appuntamento della Rubrica “Riflessioni di Passaggio”, Antonietta Malito affronta con sensibilità un tema che interpella tutti: il significato più autentico dell’essere madre e padre.
Un editoriale che invita a riflettere sul valore dell’accoglienza, sul peso delle parole e sulla responsabilità che ogni genitore ha nel far sentire i propri figli amati, senza condizioni.
Ci sono tragedie che non possono essere archiviate come semplici fatti di cronaca. Ci obbligano a fermarci e a porci domande scomode. Il delitto di Camaiore apre una riflessione che va oltre la violenza: cosa accade quando un genitore non riesce ad accettare il figlio per ciò che è? Quando l’amore lascia spazio al possesso, al rifiuto, alla paura del giudizio?
Perché un figlio non è un progetto da realizzare, né il custode dell’onore della famiglia. È una persona da amare, sempre.

Quando un figlio diventa una vergogna.
Il recente, feroce, delitto di Camaiore ci costringe a interrogarci sul significato dell’essere genitori. Una madre e un figlio sono stati uccisi dall’uomo che avrebbe dovuto rappresentare per entrambi il primo punto di riferimento, il luogo della sicurezza.
Di fronte a un fatto così tragico, ci chiediamo come può un padre arrivare a considerare suo figlio un peso così insopportabile da desiderarne la morte. Se il movente sarà confermato nelle difficoltà dell’uomo di accettare l’orientamento sessuale del figlio e il suo desiderio di intraprendere un percorso di transizione, allora questa non è soltanto una storia di violenza domestica, ma la storia di un amore genitoriale che si è trasformato in possesso.
Ogni genitore sogna il proprio figlio ancora prima che nasca. Gli costruisce un futuro, gli attribuisce speranze, aspettative, desideri. Tuttavia, quando un figlio cresce seguendo una strada diversa da quella immaginata, alcuni genitori vivono quella diversità come un tradimento personale. Ma un figlio non è un progetto da realizzare, né un’estensione del proprio ego o il custode dell’onore della famiglia.
È una persona, con una propria identità, una propria sensibilità, una propria libertà e amarlo significa accettare che possa diventare diverso da come lo avevamo immaginato. Le parole che Mirko aveva scritto anni fa sui social — “È brutto pensare che un padre ti preferisca morto che gay” — oggi assumono il peso insostenibile di una testimonianza.
Nessuno può sapere con precisione cosa accadesse tra quelle mura, quali fossero i dialoghi, le tensioni, le paure quotidiane ma è possibile immaginare il dolore di un giovane che sente di non essere accolto proprio dalla persona dalla quale avrebbe desiderato maggiormente ricevere approvazione.
Per un figlio, il giudizio del padre pesa molto e quando diventa rifiuto, il suo mondo interiore si incrina. È facile immaginare quanto possa essere faticoso rincasare ogni giorno sapendo che il modo di vestirsi e ogni espressione della propria identità rischia di provocare un conflitto.
Significa imparare a misurare le parole, controllare i movimenti, reprimere parti di sé, vivere nella continua speranza che, forse, domani qualcosa cambierà, che quel padre riuscirà finalmente a vedere non un orientamento sessuale o una transizione, ma semplicemente suo figlio. Probabilmente Mirko avrà desiderato, fino all’ultimo, proprio questo.
Accanto a lui c’era una madre, Kety, che, secondo le prime ricostruzioni, aveva scelto di proteggerlo. Anche questo, però, significa spesso vivere una sofferenza silenziosa. Essere madre, in situazioni simili, significa trovarsi ogni giorno a tentare mediazioni, assorbire tensioni, fare da cuscinetto tra due persone che si stanno allontanando sempre di più. È un ruolo estenuante e spesso, purtroppo, insufficiente quando dall’altra parte c’è un muro. La povera Kety, se le ricostruzioni saranno confermate, sarebbe stata uccisa proprio perché aveva scelto di stare accanto al figlio.
Questo particolare rende la vicenda ancora più dolorosa perché significa che è stata colpita non solo come moglie, ma come madre. E se alla base di tutto ci fosse la vergogna? Quante vite sono state rovinate dalla paura del giudizio degli altri? Quante famiglie hanno sacrificato la felicità dei propri figli per paura di “quello che dirà la gente”? Quante persone hanno nascosto la propria identità per evitare di essere rifiutate? L’amore di un genitore, però, dovrebbe essere sempre più grande di tutto il resto.
L’amore non può dipendere dall’orientamento sessuale, dall’identità di genere, dalle aspettative che si hanno nei confronti di un figlio.
Questa tragedia dovrebbe spingerci tutti a riflettere non solo sull’omofobia o sul rifiuto della diversità, temi che meritano certamente attenzione, ma anche sul modo in cui concepiamo la genitorialità. I figli non vengono al mondo per confermare i nostri sogni ma per costruire i loro, e il compito di un padre e di una madre non è scegliere quale vita debbano vivere, ma fare in modo che possano viverla sapendo di avere sempre, alle spalle, qualcuno pronto ad amarli.
E Mirko, purtroppo, non ha avuto questa fortuna.
A cura di Antonietta Malito.


