Prima ancora dell’incontro, c’era l’attesa.
Un’attesa lunga, silenziosa, coltivata nel tempo. Non solo per l’intervista in sé, ma per ciò che rappresentava. Per quello che avrei voluto chiedere. Per quello che forse non avrei avuto il coraggio di chiedere.
Conoscevo Don Yoannis come lo conoscono molti parrocchiani: arrivato dall’Egitto, è del rito copto, giovane e riservato, prima per intraprendere il percorso sacerdotale e poi a Roma per ulteriori studi presso l’Accademia pontificia Ecclesiastica.


Quando mi trasferii definitivamente nella casa di famiglia iniziai a frequentare con continuità la parrocchia proprio nel periodo della sua permanenza romana. Ma non avevo vissuto la comunità negli anni precedenti: studi fuori città, lavoro altrove, una presenza intermittente.
In quegli anni solo i parrocchiani “storici” sapevano davvero chi fosse e quale ruolo stesse ricoprendo. Per noi altri era il viceparroco del sabato e della domenica.
Presente.
Semplice.
Riservato.
Poi, lentamente, la notizia iniziò a diffondersi. Prima tra poche persone. Poi con maggiore evidenza grazie alla nascita dell’Associazione Bambino Gesù del Cairo, divenuta poi Fondazione, e al suo impegno concreto nella raccolta fondi per iniziative benefiche.


Si iniziò a comprendere che quel sacerdote così discreto stava vivendo il pontificato di Papa Francesco da protagonista.
Un pontificato che, già nelle sue scelte iniziali, aveva rotto schemi consolidati. Papa Francesco fu il primo a decidere di non trasferirsi nell’appartamento pontificio, scegliendo di restare a vivere a Casa Santa Marta. Una scelta che rompeva un protocollo consolidato – basti pensare che Giovanni Paolo II, con la Costituzione apostolica Universi Dominici Gregis, aveva destinato quella struttura alla residenza dei cardinali durante il Conclave.
In quella convivenza quotidiana a Casa Santa Marta avvenne qualcosa di altrettanto straordinario.
Non una scalata.
Non un percorso programmato. Ma un avvicendamento straordinario in circostanze straordinarie.
Papa Francesco, conoscendolo nella vita ordinaria della convivenza, e incontrandolo negli incontri programmati con la “Sezione Araba” , istituita daPapa Benedetto XVI di cui Don Yoannis è il fondatore, lo scelse come secondo segretario personale. Monsignor Yoannis Lahzi Gaid divenne così il primo cattolico orientale a ricoprire quell’incarico.
Una nomina che dice molto del pontificato di Francesco.
E moltissimo della fiducia.


Quando ho iniziato questa avventura giornalistica, il desiderio di intervistarlo è nato quasi subito. Ma il ruolo che ricopriva gli impediva di parlare con la stampa. E ancor meno con una testata territoriale appena nata come la nostra.
Non è mai stato invece un problema incontrarlo nella sua vita parrocchiale. Continuava a svolgere il servizio del sabato e della domenica. Prima come Segretario del Papa, oggi nel servizio della Segreteria di Stato della Santa Sede.
Terminato il pontificato di Francesco, ho trovato il coraggio di chiedergli un’intervista. L’occasione ufficiale era il progetto “Oasi della Pietà”, intrapreso dalla Fondazione su stimolo di Papa Francesco e tenacemente proseguito da Don Yoannis. Un progetto concreto, già a buon punto, che meritava di essere raccontato.
Ma prima dell’incontro c’era ancora l’attesa.
E la preoccupazione.
Quali domande potevo affrontare?
Fin dove potevo spingermi?
Troppo era il desiderio di conoscere la sua storia.
Eppure, col tempo, quell’attesa cambiò volto. Divenne meno impegnativa dal punto di vista “prestazionale”. Non stavo intervistando il segretario del Papa. Stavo parlando con Don Yoannis. E il tema principale era il progetto, qualcosa che conoscevo bene grazie alla vita parrocchiale e al cammino condiviso negli anni.
In fondo, negli ultimi tempi avevo intervistato quasi esclusivamente realtà associative, culturali, teatrali, sportive, territoriali. Il linguaggio era quello. Il metodo pure.
Restava però una consuetudine imprescindibile: informarsi sull’ospite.
E in quella ricerca mi imbattei in una sua riflessione:
“Abbiamo tutti bisogno di imparare l’arte di trattare con le persone e di allenarci nelle capacità di quest’arte, con l’obiettivo di essere abili nell’agire saggiamente nelle battaglie della vita e nel fronteggiare nuovi problemi, situazioni, piccole e grandi, e battaglie quotidiane. Ciò include l’arte di imparare a vincere e a perdere, a salire e a scendere, ad avanzare e a ritirarsi, a tacere e a parlare, a intervenire e a ritirarsi”.
Da quel momento, un’ansia totale.
Il fascino di quelle parole riaccese in me il desiderio di andare oltre il progetto. Di raccontare giornalisticamente una storia come la sua. E per un credente come me, poterlo fare, era già un privilegio.
E poi l’incontro.
Le domande preparate sono servite solo all’inizio. Dopo la prima risposta, il resto è arrivato da sé. Con naturalezza. Con profondità. Con quella misura che non è distanza, ma consapevolezza.
È stato lui stesso a offrire aneddoti. A raccontare come si sia ritrovato a fare il parroco. Come sia stato chiamato a Roma. Come la convivenza a Casa Santa Marta abbia cambiato la traiettoria della sua vita.
Senza enfasi.
Senza compiacimento.
Con quella serenità di chi ha imparato davvero l’arte di salire e scendere.
L’intervista, nata per raccontare un progetto, si è trasformata in un racconto di servizio. Di fiducia. Di obbedienza vissuta non come imposizione, ma come disponibilità.
E forse è questo che resta.
Non il ruolo.
Non il titolo.
Non l’eccezionalità della nomina.
Ma la straordinarietà di un cammino che, partito da un giovane sacerdote copto arrivato in Italia per studiare, si è intrecciato con uno dei pontificati più dirompenti della storia recente della Chiesa.
Il resto è nella video intervista.
Senza filtri.
Senza montaggi.
Con la verità di uno sguardo che non ha mai cercato visibilità, ma solo fedeltà.
Videointervista integrale di Monsignor Yoannis Lahzi Gaid / Link: https://youtu.be/3ZRW2fMevCQ
A cura di Giuseppe Di Sangiuliano
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