In “Riflessioni di Passaggio” Antonietta Malito entra nella contraddizione più sottile del nostro tempo: possiamo raggiungere chiunque, ma quanto siamo davvero capaci di esserci?
Siamo circondati da connessioni, messaggi, notifiche e conversazioni che non si interrompono mai. Eppure, proprio mentre la tecnologia ci offre la possibilità di essere costantemente raggiungibili, può capitare di sentirsi più soli.
È da questa contraddizione che parte il nuovo spunto di Antonietta Malito per la rubrica “Riflessioni di Passaggio” di Diario Pontino.
Non è la quantità delle persone che abbiamo intorno a misurare la nostra vicinanza agli altri, ma la qualità dei rapporti: sentirsi ascoltati, compresi, conosciuti oltre ciò che scegliamo di mostrare.
Forse la nuova solitudine non è avere meno persone accanto.
È avere sempre una via d’uscita prima ancora di aver lasciato entrare davvero qualcuno.
Un’altra riflessione di Antonietta Malito che parte dalla quotidianità per arrivare a una domanda che, probabilmente, riguarda molti di noi:
siamo davvero vicini alle persone con cui siamo sempre connessi?

Sempre connessi, non sempre vicini
Una delle contraddizioni del nostro tempo è che siamo costantemente connessi e raggiungibili, ma non per questo più vicini.
La solitudine, infatti, non si misura dal numero di persone che abbiamo intorno ma ha a che fare con la qualità dei rapporti, con la possibilità di sentirsi ascoltati, compresi e conosciuti oltre la superficie. Si può parlare ogni giorno con molte persone e continuare a non sentirsi davvero in relazione con nessuno.
La tecnologia ha certamente reso più facile incontrarsi. Un messaggio permette di avvicinarsi senza affrontare subito l’imbarazzo di un incontro, di scegliere le parole, modificarle, cancellarle. Dietro uno schermo possiamo decidere con maggiore attenzione cosa mostrare e cosa tenere nascosto.
Nella vita reale, invece, questo controllo scompare. Ci sono silenzi difficili da interpretare, esitazioni, sguardi, parole sbagliate. Possiamo essere fraintesi, delusi o rifiutati, ma è proprio questa parte imprevedibile dell’incontro a rendere autentico un rapporto.
Lo si vede con particolare chiarezza nelle relazioni sentimentali. Una conoscenza nata online può diventare rapidamente intensa attraverso ore di conversazioni, confidenze, paure e desideri condivisi, tanto che a volte si arriva a credere di conoscere profondamente qualcuno prima ancora di averlo incontrato.
Poi arriva il momento in cui bisogna stare nella stessa stanza e improvvisamente entrano in gioco elementi che nessuna chat può restituire. È lì che l’immagine costruita attraverso le parole deve confrontarsi con una persona reale, che può essere diversa da quella che avevamo immaginato.
Il digitale offre anche la possibilità molto comoda di sottrarsi non rispondendo, interrompendo una conversazione, di allontanarsi senza spiegazioni. È una libertà che può trasformarsi facilmente in una forma di difesa. Se impariamo a evitare ogni disagio, finiamo anche per evitare il rischio necessario a costruire rapporti profondi.
Questo non significa considerare la tecnologia un nemico. Al contrario, ci permette di conoscere persone che altrimenti non avremmo mai incontrato, mantenere legami a distanza e trovare compagnia nei momenti in cui ci sentiamo più soli.
Il problema nasce quando la connessione sostituisce la presenza.
Abbiamo strumenti per raggiungere quasi chiunque, ma una relazione autentica richiede tempo, ascolto, vulnerabilità e la disponibilità a restare anche quando l’incontro diventa scomodo o imprevedibile.
Allora, probabilmente, la nuova solitudine non consiste nell’avere meno persone accanto ma nell’avere sempre una via d’uscita prima ancora di aver lasciato entrare davvero qualcuno.
La sfida è non dimenticare che, prima o poi, per conoscersi davvero bisogna soprattutto esserci.
A cura di Antonietta Malito.


