Niente etichette, solo la scelta di non voltarsi dall’altra parte. Nella nuova uscita della rubrica “Riflessioni di Passaggio”, Antonietta Malito ripercorre il drammatico episodio dell’aggressione a una docente in una scuola di Roma e il gesto di un alunno di 13 anni che ha evitato il peggio.
Con delicatezza e profondità d’analisi, Antonietta Malito ci invita a guardare oltre la cronaca e oltre i pregiudizi che troppo spesso condizionano il nostro sguardo:
«Il coraggio non ha passaporto e non ce l’hanno nemmeno la dignità, la solidarietà o il senso di giustizia. Le persone non sono le etichette che assegniamo loro, sono anche le loro scelte, i loro gesti, il modo in cui si comportano quando arriva il momento di decidere da che parte stare.»

Una scelta di coraggio
L’aggressione avvenuta in una scuola media di Roma è una vicenda drammatica e, purtroppo, non è un caso isolato. Una docente è stata aggredita durante una lezione da un suo alunno. La situazione avrebbe potuto avere conseguenze molto gravi, ma l’intervento di un altro studente ha contribuito a fermare l’aggressione e a evitare che accadesse il peggio.
La paura raccontata dall’insegnante restituisce la durezza di quei momenti e mostra quanto possa essere sottile, a volte, il confine tra una normale mattina di scuola e qualcosa che può trasformarsi in una tragedia.
Il ragazzo che ha deciso di intervenire ha 13 anni. È arrivato in Italia dalla Repubblica del Congo, senza i genitori, e vive in una casa famiglia. Quando ha visto la propria insegnante in difficoltà, non è rimasto a guardare ma ha prontamente afferrato il compagno e ha contribuito a impedirgli di continuare l’aggressione.
Il suo gesto, però, racconta solo una parte della sua storia. Dietro quei pochi secondi ci sono la vita di un adolescente che ha dovuto crescere lontano dalla propria famiglia, le difficoltà di un percorso affrontato in un Paese nuovo e la volontà di costruirsi un futuro. A scuola – raccontano -, è un ragazzo assiduo e rispettoso. Per imparare meglio l’italiano si è affidato anche ai libri e, come tanti suoi coetanei, ha le sue passioni: il calcio, il basket e i manga.
Sono aspetti che vale la pena ricordare perché aiutano a guardare a questa storia per quello che è, senza fermarsi alle etichette. Prima di essere straniero, migrante, ospite di una casa famiglia o ragazzo arrivato da un altro Paese, è un tredicenne, una persona. E le persone dovrebbero essere conosciute e giudicate per quello che fanno, non per il luogo da cui provengono.
È forse questo l’aspetto più importante che questa vicenda porta con sé: il modo in cui i pregiudizi possono condizionare lo sguardo che abbiamo sugli altri. Siamo spesso portati a costruire un’immagine di una persona partendo dalla sua provenienza, dalla sua situazione familiare o dalle condizioni in cui vive, ancora prima di conoscerla davvero.
Questo ragazzo, in quei momenti, ha fatto la scelta precisa di intervenire davanti a una persona in pericolo. Non sappiamo quanto abbia avuto paura, né cosa abbia pensato in quei pochi istanti, sappiamo però che non è rimasto a guardare.
Ed è proprio questo che dovremmo ricordare. Le persone non sono le etichette che assegniamo loro, sono anche le loro scelte, i loro gesti, il modo in cui si comportano quando arriva il momento di decidere da che parte stare.
Il coraggio non ha passaporto e non ce l’hanno nemmeno la dignità, la solidarietà o il senso di giustizia.
Riconoscerlo significa anche provare, almeno per una volta, a mettere da parte i pregiudizi e a guardare una persona per ciò che ha fatto.
A cura di Antonietta Malito.


