Di fronte all’episodio della bimba di sei anni finita in ospedale, Antonietta Malito analizza il confine tra la reazione impulsiva e il vuoto educativo della nostra società. Un invito a non cercare mostri né scorciatoie, ma a ricostruire la rete d’ascolto intorno ai più piccoli.
“La domanda più importante da porci non è solo come siano arrivati cinque bambini a circondare una loro coetanea, ma chiederci quanto tempo abbiamo, noi adulti, per accorgerci che qualcosa non sta funzionando prima che un bambino faccia del male a un altro.”

Bambini violenti. Gli adulti devono interrogarsi.
Una bimba di sei anni è finita in ospedale dopo essere stata, secondo quanto ricostruito finora, circondata e colpita da un gruppo di bambini. Cinque, in tutto, alcuni dei quali avrebbero la sua stessa età, altri poco di più.
Ma come può un bambino arrivare a concepire la violenza come risposta nei confronti di un altro bambino?
Le indagini dovranno chiarire la dinamica.
Se la ricostruzione sarà confermata, ci troveremmo davanti a qualcosa che va oltre il singolo episodio. Non necessariamente a un fenomeno di criminalità minorile, termine sproporzionato per bambini così piccoli, e nemmeno a una presunta “baby gang”, ma davanti a un problema educativo.
Quando a picchiare è un adulto, cerchiamo le responsabilità individuali. Quando a farlo è un adolescente, parliamo di disagio, contesto, devianza, gruppi di appartenenza. Quando invece a esercitare la violenza sono bambini di sei, otto o dieci anni, siamo costretti a entrare in un territorio molto più delicato, in cui il comportamento di un minore interroga direttamente il mondo degli adulti.
Perché un bambino può essere impulsivo, può arrabbiarsi, litigare, fare persino del male senza comprenderne pienamente le conseguenze.
Ma quando più bambini si uniscono contro un’altra bambina, quando la forza del gruppo diventa uno strumento per sopraffare qualcuno, la questione cambia.
Bisogna capire che cosa abbia reso possibile quel comportamento per comprendere dove sia mancato qualcosa.
L’educazione, infatti, non consiste soltanto nel dire a un bambino che cosa non deve fare, ma nel costruire dentro di lui, giorno dopo giorno, la capacità di fermarsi, di riconoscere il dolore dell’altro, di accettare un “no”, di perdere senza sentirsi umiliato, di non trasformare la rabbia in violenza, di non seguire gli altri quando stanno sbagliando.
Sono conquiste lente e nessun adulto può dare per scontato che avvengano automaticamente.
C’è una responsabilità che non può essere scaricata interamente sulla scuola, né sulle famiglie.
La famiglia resta il primo luogo nel quale un bambino impara come si trattano gli altri. La scuola è il luogo nel quale impara a stare dentro una comunità più ampia, con regole condivise e persone diverse da lui. Ma esiste anche tutto ciò che sta nel mezzo: il quartiere, gli spazi pubblici, le relazioni tra coetanei, gli adulti che osservano, ascoltano, intervengono oppure no.
Un tempo, forse, c’era una rete più fitta intorno ai bambini, non necessariamente migliore, ma più presente. C’era un controllo sociale quotidiano, spesso esercitato da persone che conoscevano le famiglie, i ragazzi, le dinamiche del quartiere.
Oggi quella rete si è allentata.
I genitori sono spesso soli davanti a responsabilità enormi. La scuola deve affrontare problemi che vanno molto oltre l’insegnamento. I servizi sociali intervengono spesso quando le difficoltà sono già diventate evidenti. Gli spazi pubblici, che dovrebbero essere luoghi di incontro, vengono talvolta lasciati senza quella presenza adulta che può fare la differenza.
E forse dobbiamo ammettere che, mentre chiediamo sempre di più ai bambini, abbiamo progressivamente ridotto il tempo e la disponibilità che dedichiamo alla loro educazione emotiva e relazionale.
C’è un’altra scorciatoia che sarebbe meglio evitare: attribuire automaticamente un significato all’origine dei bambini coinvolti.
La provenienza familiare o geografica non spiega un’aggressione. Può essere un’informazione della cronaca, ma non è una spiegazione. Se trasformiamo l’origine in una causa, smettiamo di interrogarci sulle vere dinamiche che producono la violenza e finiamo per giudicare bambini che non conosciamo sulla base di una categoria alla quale appartengono.
È una strada che non porta da nessuna parte.Così come non porta da nessuna parte trasformare quei bambini in piccoli mostri.
Un bambino che compie un gesto grave deve essere fermato, deve comprendere la gravità di ciò che ha fatto ed essere seguito. La famiglia deve essere coinvolta. Se necessario, devono intervenire le strutture educative e i servizi competenti.
Ma proprio perché è un bambino, l’obiettivo non può essere soltanto stabilire una colpa. Deve essere anche impedire che quella condotta diventi parte della sua identità.
La bambina aggredita, intanto, deve essere al centro dell’attenzione. Non come protagonista di una notizia di cronaca, ma perché potrebbe aver vissuto paura, dolore e smarrimento. Anche questo dovrebbe ricordarci quanto siano concrete le conseguenze di ciò che, troppo spesso, gli adulti liquidano come “ragazzate”.
Questo episodio, se confermato, merita fermezza, attenzione, controllo e, soprattutto, una riflessione attenta.
La domanda più importante da porci non è solo come siano arrivati cinque bambini a circondare una loro coetanea, ma chiederci quanto tempo abbiamo, noi adulti, per accorgerci che qualcosa non sta funzionando prima che un bambino faccia del male a un altro bambino.
Se la risposta è “poco”, allora è proprio quel poco tempo che dobbiamo imparare a non sprecare.
A cura di Antonietta Malito.


