Voto, scuola e giovani: chi ascolta davvero le nuove generazioni?

Luca Dante Campoli
Scintille - voci, impegno, futuro

Nel nuovo appuntamento con la rubrica “Scintille“, Luca Dante Campoli firma una profonda analisi sul rapporto tra giovani, partecipazione democratica e ruolo educativo della scuola. Richiamando le lezioni di Don Lorenzo Milani e David Sassoli, l’autore interpella la classe adulta: educare non significa insegnare ad accettare il mondo così com’è, ma dare gli strumenti per comprenderlo e cambiarlo.

Ci lamentiamo spesso del disinteresse dei giovani per la politica, della loro scarsa partecipazione al voto o della rabbia che talvolta esplode nelle piazze. Ma prima di attribuire responsabilità alle nuove generazioni, quanti di noi adulti si chiedono se abbiamo davvero costruito spazi in cui possano sentirsi ascoltati e protagonisti?

Una scuola che forma al pensiero critico e adulti capaci di offrire coerenza sono il punto da cui ripartire per non lasciare soli i cittadini di oggi e di domani

“Educare non significa insegnare ai giovani ad accettare il mondo così com’è. Significa fornire loro gli strumenti per comprenderlo, discuterlo e, quando necessario, cambiarlo.”

Scintille - voci, impegno, futuro
Scintille – voci, impegno, futuro

Voto, scuola e giovani: chi ascolta davvero le nuove generazioni?

Non possiamo chiedere ai ragazzi di costruire il futuro se non diamo loro gli strumenti per comprenderne il presente.

C’è una domanda che dovremmo porci tutti, noi adulti, quando osserviamo le proteste dei giovani, le loro manifestazioni, la rabbia che talvolta esplode nelle piazze e il loro bisogno di essere ascoltati: siamo davvero capaci di comprendere il mondo in cui vivono? E, soprattutto, siamo disposti ad ascoltarli senza giudicarli?

Il rapporto tra giovani, scuola e partecipazione politica è una questione che riguarda da vicino la nostra democrazia. Eppure, troppo spesso, il dibattito pubblico sembra dimenticarsi delle nuove generazioni, come se le decisioni prese oggi non avessero conseguenze dirette sulla loro vita di domani.

Ci lamentiamo del disinteresse dei ragazzi per la politica, della loro scarsa partecipazione, della difficoltà a riconoscersi nei valori collettivi. Ma prima di attribuire loro delle responsabilità, dovremmo chiederci se la società che abbiamo costruito offra davvero spazi nei quali possano sentirsi protagonisti.

Perché i giovani di oggi sembrano avere così poca voce nel dibattito pubblico?

Forse anche perché, rispetto al passato, rappresentano un bacino elettorale meno centrale nelle strategie della politica. Nel 1968, gli studenti furono una forza capace di scuotere le istituzioni, mettere in discussione i rapporti di potere e imporre temi che la società non poteva più ignorare.

Quel movimento, pur con tutte le sue contraddizioni, poteva contare su organizzazioni, partiti, sindacati e gruppi capaci di dare continuità alle rivendicazioni. Oggi, invece, molte mobilitazioni giovanili appaiono più fragili e frammentate. I ragazzi scendono in piazza per denunciare ingiustizie, chiedere diritti, difendere l’ambiente, rivendicare un futuro dignitoso.

Ma spesso si trovano soli, senza una rete stabile di sostegno e senza interlocutori capaci di trasformare la protesta in un percorso condiviso. Non possiamo sovrapporre automaticamente i giovani di oggi a quelli del Sessantotto: sono cambiate le condizioni sociali, economiche e culturali, così come gli strumenti della comunicazione e le forme della partecipazione.

Tuttavia, una lezione del passato resta attuale: una protesta ha bisogno non soltanto di rabbia, ma anche di idee, organizzazione, consapevolezza e obiettivi. Questo non significa pretendere di uniformare i giovani, né chiedere loro di aderire a modelli precostituiti. Significa, piuttosto, aiutarli a trovare una direzione, a riconoscere i propri valori e a trasformare il dissenso in partecipazione democratica.

E qui entra in gioco una questione fondamentale: la scuola non deve soltanto trasmettere nozioni, ma insegnare a comprendere la realtà. Spesso diciamo che i giovani sono viziati, che vivono protetti, che non si rendono conto di ciò che accade fuori dal loro mondo. Li accusiamo di essere immaturi, di non avere abbastanza esperienza per comprendere la complessità della società.

Ma siamo sicuri di aver dato loro gli strumenti necessari per farlo?

Non basta studiare la storia per date, la Costituzione per articoli, l’educazione civica attraverso definizioni da imparare a memoria. Non basta riempire la testa degli studenti di nozioni, se poi non li accompagniamo a comprendere come quelle conoscenze si colleghino alla vita quotidiana, alle disuguaglianze, al lavoro, ai diritti, alla pace, alla libertà e alle responsabilità individuali e collettive.

La scuola deve essere il luogo in cui i ragazzi imparano a leggere la società, a interrogarsi sulle sue contraddizioni, a distinguere i fatti dalle opinioni e a confrontarsi con chi la pensa diversamente. Deve essere il luogo in cui una domanda non viene considerata una perdita di tempo, ma l’inizio di un percorso di conoscenza.

Perché uno studente che domanda, che contesta, che vuole capire non è necessariamente uno studente indisciplinato. Può essere, al contrario, un ragazzo che sta cominciando a esercitare il proprio pensiero critico. E una democrazia che teme le domande dei giovani è una democrazia che rischia di impoverirsi.

Le emozioni dei ragazzi sono una questione politica e sociale.

Quando osserviamo una manifestazione, non dovremmo fermarci soltanto a ciò che vediamo in superficie. Dietro una protesta possono esserci paura, frustrazione, senso di impotenza, desiderio di giustizia, bisogno di riconoscimento e preoccupazione per il futuro.

Comprendere queste emozioni non significa giustificare ogni comportamento. La violenza non può essere considerata una risposta legittima soltanto perché nasce da una ragione condivisibile. Ma condannare un gesto senza interrogarsi sulle condizioni che lo hanno generato rischia di chiudere il problema invece di affrontarlo.

Dobbiamo allora porci una domanda scomoda: noi adulti siamo ancora capaci di vivere dentro la realtà sociale, di comprenderne le difficoltà e di riconoscere il disagio delle nuove generazioni? Oppure ci siamo abituati a giudicare i giovani da lontano, pretendendo che si comportino secondo regole che noi stessi non sempre siamo riusciti a rispettare?

Non possiamo chiedere loro maturità senza offrire occasioni per maturare. Non possiamo pretendere responsabilità senza concedere fiducia. E non possiamo lamentarci della loro distanza dalla politica se troppo spesso li escludiamo dai luoghi in cui si decide il loro futuro.

La partecipazione si impara esercitandola, non soltanto ascoltando lezioni sulla democrazia. Don Lorenzo Milani: leggere il mondo per cambiarlo. In questa riflessione torna attuale l’ insegnamento di Don Lorenzo Milani, che aveva compreso quanto la conoscenza fosse uno strumento essenziale di emancipazione.

La scuola di Barbiana non si limitava a trasmettere contenuti: insegnava a usare le parole, a comprendere il mondo, a prendere posizione con consapevolezza. Invitava a guardare la realtà senza accontentarsi delle spiegazioni più semplici e a riconoscere il valore della cultura come strumento di libertà.

Una delle lezioni più importanti che possiamo raccogliere da quella esperienza è proprio questa: educare significa aiutare le persone a capire ciò che accade intorno a loro. Immaginiamo una scuola nella quale leggere il giornale ogni giorno diventi una pratica educativa.

Una scuola in cui le notizie siano discusse, confrontate, verificate. Una scuola nella quale gli studenti possano interrogarsi sui conflitti internazionali, sulle decisioni del governo, sulle disuguaglianze sociali, sul funzionamento delle istituzioni e sulle conseguenze delle scelte politiche.

Non per imporre una visione del mondo, ma per insegnare a costruirne una propria, attraverso lo studio, il confronto e il rispetto delle idee altrui. Il compito degli insegnanti non è consegnare risposte preconfezionate, ma offrire gli strumenti per formulare domande migliori e cercare risposte fondate.

È così che si formano cittadini consapevoli, capaci di non fermarsi allo slogan del momento e di non lasciarsi trascinare passivamente dalla rabbia o dalla propaganda. David Sassoli: la politica come servizio e responsabilità. Accanto alla lezione di Don Lorenzo Milani, vorrei richiamare la figura di David Sassoli, già presidente del Parlamento europeo, che ha saputo rappresentare un’ idea della politica fondata sulla dignità della persona, sulla libertà e sulla solidarietà.

Sassoli ci ha ricordato che la democrazia non può vivere soltanto nelle istituzioni, nelle leggi o nelle campagne elettorali. Deve vivere ogni giorno nelle scelte che compiamo, nel modo in cui trattiamo gli altri e nella capacità di non lasciare indietro chi si trova in difficoltà.

Il suo impegno per un’ Europa più solidale e attenta ai diritti ci consegna un messaggio particolarmente importante per le nuove generazioni: la politica non deve allontanarsi dalle persone, ma avvicinarsi ai loro bisogni, alle loro paure e alle loro speranze. È proprio questo che dovremmo insegnare ai ragazzi.

Non basta invitarli a votare quando raggiungono l’età prevista dalla legge, se prima non li abbiamo aiutati a comprendere il valore del voto e il significato della partecipazione. Non basta parlare loro di democrazia, se non permettiamo loro di sperimentarla attraverso il confronto, l’ascolto e la possibilità di contribuire alle decisioni che riguardano la comunità.

L’esempio di Sassoli ci invita a recuperare una politica capace di unire, di dialogare e di riconoscere nella dignità umana il proprio punto di riferimento. Una politica che non considera i giovani soltanto elettori di domani, ma cittadini di oggi, portatori di idee, domande e diritti. In questo senso, il suo messaggio incontra quello di Don Milani: la conoscenza rende liberi, ma questa libertà acquista pieno significato quando diventa responsabilità verso gli altri.

Ecco allora il compito della scuola e degli adulti: aiutare i giovani non soltanto a conoscere la società, ma a sentirsi responsabili del suo futuro. Perché una democrazia è davvero viva quando le nuove generazioni non sono spettatrici delle decisioni altrui, ma protagoniste consapevoli della vita collettiva.

Don Milani e David Sassoli: educare e governare pensando ai giovani

A mio avviso, l’accostamento tra Don Lorenzo Milani e David Sassoli dà forza a questa riflessione. Il primo rappresenta la scuola come strumento di emancipazione, conoscenza e coscienza critica; il secondo richiama una politica intesa come impegno al servizio delle persone, della solidarietà e della dignità umana.

Due figure diverse, ma unite da un’idea di fondo: educare e governare significa assumersi la responsabilità del futuro delle nuove generazioni. È proprio da questi esempi che dovremmo ripartire per restituire ai giovani fiducia nella scuola, nelle istituzioni e nella possibilità di cambiare la società.

Non dobbiamo limitarci a chiedere loro di essere cittadini responsabili: dobbiamo offrire strumenti, occasioni e testimonianze concrete affinché possano diventarlo. Perché i ragazzi non hanno bisogno soltanto di adulti che indichino loro la strada, ma di persone capaci di accompagnarli, ascoltarli e dimostrare, attraverso le proprie scelte, che i valori non sono parole da pronunciare, ma principi da vivere ogni giorno.

Dal voto alla partecipazione: ricostruire il legame tra giovani e democrazia

La questione del voto è strettamente legata a tutto questo. Se vogliamo che i giovani partecipino alla vita democratica, dobbiamo aiutarli a comprendere che la politica non è soltanto una competizione elettorale, né una realtà distante fatta di palazzi, promesse e contrapposizioni.

La politica riguarda la qualità della scuola, le opportunità di lavoro, il costo della vita, il diritto alla casa, la tutela dell’ambiente, la possibilità di progettare il proprio futuro. Riguarda, in definitiva, la vita concreta delle persone. Quando i ragazzi non si riconoscono nelle istituzioni, non possiamo limitarci a rimproverarli.

Dobbiamo domandarci quali esperienze abbiano alimentato la loro sfiducia e che cosa possiamo fare per ricostruire un rapporto di credibilità. La scuola può contribuire in modo decisivo, aprendo spazi di discussione, promuovendo assemblee partecipate, favorendo il confronto tra posizioni diverse e insegnando a trasformare le idee in proposte.

Può aiutare i ragazzi a organizzarsi democraticamente, a riconoscere obiettivi comuni e a comprendere che il cambiamento richiede impegno, competenza e continuità. Ma per farlo ha bisogno anche di adulti disponibili ad accompagnarli, non a sostituirsi a loro. Gli esempi contano. I valori contano. La coerenza conta.

Non possiamo chiedere ai giovani di credere nella solidarietà, nella giustizia e nella responsabilità se mostriamo loro, ogni giorno, che questi principi possono essere proclamati oggi e dimenticati domani.

Non lasciamo soli i giovani.

La protesta dei giovani merita di essere ascoltata e difesa nel suo diritto a esistere, anche quando mette in discussione le nostre certezze. Non ogni rivendicazione è necessariamente giusta, non ogni forma di protesta è efficace e non ogni comportamento è accettabile. Ma nessuna di queste considerazioni può diventare un pretesto per liquidare un’intera generazione.

Il nostro compito non è spegnere il dissenso, ma aiutare i ragazzi a trasformarlo in coscienza civile. Non è uniformarli ai giovani del passato, ma consentire loro di trovare strumenti nuovi per affrontare i problemi del presente. Dobbiamo offrire loro luoghi in cui discutere, adulti con cui confrontarsi, occasioni per conoscere e strumenti per agire. Dobbiamo aiutarli a costruire organizzazione senza soffocare la spontaneità, senso critico senza alimentare il cinismo, valori condivisi senza pretendere uniformità di pensiero.

Perché i giovani non hanno bisogno soltanto di essere ascoltati quando scendono in piazza. Hanno bisogno di essere ascoltati prima, durante e dopo la protesta. Hanno bisogno di sapere che la loro voce può contribuire alle decisioni collettive e che il loro impegno non si esaurisce in una giornata di manifestazione.

Una società che lascia soli i propri giovani rischia di perdere non soltanto una generazione, ma anche una parte importante della propria capacità di immaginare il futuro. La vera sfida, allora, non è chiedersi perché i ragazzi protestino. È capire perché tante volte sentano di doverlo fare senza trovare interlocutori pronti a camminare al loro fianco.

La scuola può essere il luogo da cui ripartire: non una semplice trasmissione di nozioni, ma una palestra di democrazia, conoscenza e partecipazione. Perché educare non significa insegnare ai giovani ad accettare il mondo così com’è. Significa fornire loro gli strumenti per comprenderlo, discuterlo e, quando necessario, cambiarlo.

E forse è proprio da qui che dobbiamo ricominciare: dalla convinzione che ascoltare i giovani non sia una concessione degli adulti, ma una responsabilità verso il futuro di tutti. 

A cura di Luca Dante Campoli.