” Una nuova riflessione di Antonietta Malito che disturba, interroga, costringe a fermarsi.
Perché vivere solo per evitare il peggio significa, a poco a poco, dimenticare il meglio “.
Negli ultimi anni la paura è diventata una presenza costante nella nostra vita, discreta ma insistente. Si infiltra nei pensieri mentre facciamo altro, ci accompagna quando ascoltiamo o leggiamo le notizie, quando parliamo del futuro o proviamo a immaginare cosa verrà dopo.
È una paura che non riguarda solo un pericolo preciso, ma un senso generale di instabilità, come se qualcosa potesse andare storto da un momento all’altro. Così viviamo in uno stato di continua attesa, come se il presente fosse solo una parentesi fragile prima di un evento peggiore.

A forza di convivere con questa tensione, il corpo impara a restare contratto, il sonno si spezza facilmente, la mente fatica a riposare davvero. Anche i rapporti ne risentono perché diventiamo più nervosi, più diffidenti, meno pazienti.
La paura prolungata consuma. Quando tutto sembra minaccioso, diventa difficile distinguere ciò che possiamo affrontare da ciò che non dipende da noi. Si perde il senso delle proporzioni, ogni problema pesa come un macigno e l’impotenza diventa la sensazione dominante. In questo stato, il futuro si prospetta simile a un elenco di preoccupazioni.
Viviamo proiettati in avanti, cercando di prevenire ogni rischio, e intanto ci sfugge ciò che sta accadendo adesso. I momenti semplici, le relazioni, le possibilità quotidiane passano in secondo piano, come se non fossero abbastanza importanti rispetto a ciò che temiamo. La paura, quando dura troppo, isola.
Ci fa chiudere, difendere, proteggere quello che abbiamo invece di condividerlo. Ci spinge a cercare colpevoli più che comprensione; lascia un senso di solitudine profonda, come se ognuno dovesse cavarsela da solo.
Eppure, vivere non dovrebbe significare restare sempre in allerta. Non dovremmo dover scegliere tra essere prudenti ed essere presenti. Esiste uno spazio in cui è possibile riconoscere le difficoltà senza lasciarsi divorare da esse. Uno spazio in cui il presente non è solo un tempo da attraversare in apnea, ma qualcosa da abitare davvero.
Forse il primo passo è accorgerci di quanta paura ci portiamo addosso senza rendercene conto, chiederci se ci sta aiutando o se ci sta consumando, se ci rende più attenti alla vita o più distanti da essa. Sottrarsi alla paura come automatismo non significa negare i problemi, ma non permettere che decidano tutto al posto nostro.
Significa recuperare il diritto di sentire, di pensare con calma, di immaginare ancora.
Perché quando la paura occupa ogni spazio, la vita si restringe, e una vita vissuta solo per evitare il peggio finisce, lentamente, per dimenticare il meglio.
redazione@diariopontino.it


