Un viaggio tra scienza, guerra e trasformazione del territorio.
L’evoluzione della lotta alla malaria tra le devastazioni della Grande Guerra e le strategie agricole del ventennio fascista La malaria, piaga secolare che ha afflitto l’Italia per generazioni, deve il suo nome all’espressione veneta «mal’aria», nata dalla credenza popolare che fossero le esalazioni delle acque stagnanti a generare la malattia, sebbene la vera responsabile fosse la zanzara anofele, un insetto che trovò terreno fertile per proliferare drammaticamente durante la Grande Guerra, quando le trincee e le buche delle bombe si trasformarono in acquitrini ideali per la riproduzione, causando un’ondata di contagi riportata dai soldati nelle loro case che provocò circa 200.000 morti tra il 1915 e il 1918.

Nonostante lo Stato avesse già intuito l’urgenza del problema promulgando una legge per il risanamento delle paludi nel 1882, fu durante il regime fascista che la lotta antimalarica assunse i toni di una campagna nazionale, fondendo l’esigenza sanitaria con la necessità di recuperare terreni produttivi e assorbire la disoccupazione agricola, portando Benito Mussolini a lanciare la «battaglia della palude» parallelamente alla celebre «battaglia del grano», quest’ultima vinta già nei primi anni Trenta con una produzione record di 80 milioni di quintali che rese l’Italia quasi autosufficiente, ma senza che questo fermasse l’opera di bonifica dei territori malsani che proseguì con zelo per liberare gli italiani dalle insidie della malattia e della miseria.
redazione@diariopontino.it


