Dalle ombre della diffidenza alla luce del riscatto

Giuseppe Di Sangiuliano

Le Stanze di Ascolto non sono più soltanto luoghi in cui parlare. Sono diventate spazi in cui ritrovare la forza di ricominciare. E a Latina, “Oltre il Silenzio” ci ricorda quanto possa essere prezioso il lavoro di chi sceglie di esserci.

Ci sono luoghi che, più di altri, raccontano il cambiamento di una società.

Non sempre sono grandi palazzi, uffici istituzionali o strutture che fanno notizia. A volte sono stanze semplici, riconoscibili soltanto da una porta, dietro la quale qualcuno aspetta. Aspetta che una persona trovi il coraggio di entrare, di sedersi e, forse per la prima volta, di raccontare.

È anche questa la storia delle Stanze di Ascolto.

Quando cominciarono a comparire nei commissariati, nei comandi delle forze dell’ordine, negli ospedali e nelle sedi associative, il mondo intorno a loro era molto diverso da quello di oggi. Erano esperienze spesso piccole, sostenute da poche risorse e talvolta nascoste dietro definizioni burocratiche che non restituivano affatto la delicatezza e l’importanza della loro funzione.

E soprattutto erano guardate con diffidenza.

Perché chiedere aiuto, allora come oggi, significa prima di tutto riconoscere una propria fragilità. E per una donna vittima di violenza, per una persona vulnerabile, per chi vive una situazione di sopruso o di abuso, varcare quella soglia poteva significare affrontare un secondo dolore: quello del giudizio, della vergogna, della paura di non essere creduta.

Per troppo tempo abbiamo conosciuto anche il fenomeno del victim blaming, quella terribile tendenza a cercare nella vittima una parte della responsabilità di ciò che ha subito.

Poi qualcosa è cambiato.

Non improvvisamente e non per magia. È cambiata la consapevolezza. È cambiato il modo di guardare a queste situazioni. E, soprattutto, si è capito che ascoltare non può essere un semplice adempimento, ma deve diventare una competenza, una responsabilità e, prima ancora, un atto umano.

Le Stanze di Ascolto hanno così cominciato a trasformarsi.

Gli ambienti sono diventati più accoglienti e protetti. Attorno alla persona in difficoltà hanno iniziato a lavorare insieme figure diverse: psicologi, avvocati, assistenti sociali, forze dell’ordine, educatori e professionisti capaci di mettere competenze differenti al servizio di un unico obiettivo.

È nata, passo dopo passo, una rete.

E quella che poteva sembrare semplicemente una stanza è diventata un presidio di libertà.

Perché oggi una Stanza di Ascolto non è soltanto il luogo nel quale si raccoglie una denuncia. È spesso il luogo nel quale si rompe un isolamento. Il punto dal quale può cominciare un percorso di autonomia. Il primo piccolo spazio nel quale una persona può tornare a sentirsi ascoltata, rispettata e, soprattutto, libera di scegliere.

È dentro questa storia più grande che, come redazione, abbiamo incontrato una realtà del nostro territorio che ci ha particolarmente colpito.

Si chiama “Oltre il Silenzio” e opera a Latina, nella sede di Viale Le Corbusier.

Il nostro incontro è nato in maniera semplice. Siamo stati invitati a conoscere l’associazione, a capire cosa facesse, come lavorasse e, qualora lo avessimo ritenuto interessante, a contribuire anche noi, attraverso il web e l’informazione, a far conoscere la sua presenza a chi potrebbe averne bisogno.

È una di quelle occasioni nelle quali si entra in una sede pensando di dover semplicemente conoscere una realtà e si finisce, invece, per portarsi via qualcosa di più.

A colpirci è stata innanzitutto la storia di questi primi sei mesi di attività.

“Oltre il Silenzio”, guidata dalla presidente Carmen Casu, si è fatta conoscere non attraverso grandi campagne pubblicitarie, ma attraverso una strada molto più lenta e forse proprio per questo più significativa: il lavoro sul campo, la passione, la disponibilità e le iniziative costruite dalle sue associate.

L’associazione gode del patrocinio morale della Regione, ma non riceve finanziamenti pubblici. Vive del tempo e dell’impegno che professionisti e associati decidono di mettere a disposizione gratuitamente.

Avvocati, psicologi, educatori e altre professionalità offrono le proprie competenze senza chiedere nulla a chi si rivolge all’associazione.

E anche l’assistenza viene fornita gratuitamente.

Non è un dettaglio.

In un tempo nel quale spesso siamo abituati a misurare tutto in termini di risorse, budget e convenienze, incontrare persone che scelgono di mettere gratuitamente il proprio tempo e la propria professionalità a disposizione degli altri restituisce un’immagine diversa della parola “comunità”.

Una parola che rischiamo di usare troppo e di praticare troppo poco.

La prima porta da aprire è quella della fiducia

Durante la nostra video story abbiamo voluto approfondire un aspetto che ci è sembrato particolarmente importante: la tutela della privacy.

Per chi vive una situazione di violenza, abuso o sopruso, la paura di essere riconosciuto, esposto o giudicato può rappresentare uno degli ostacoli più grandi alla richiesta di aiuto.

Ecco perché, nel racconto che ci è stato fatto, la riservatezza non appare come una semplice formalità, ma come una vera colonna portante del metodo di lavoro di “Oltre il Silenzio”.

Il primo contatto telefonico avviene esclusivamente con la presidente Carmen Casu.

È lei a incontrare personalmente la persona che chiede aiuto, in maniera privata e riservata, e ad ascoltarne la storia.

Solo successivamente, sulla base delle necessità emerse, il caso viene indirizzato verso il professionista ritenuto più idoneo: un legale, uno psicologo o lo specialista necessario.

La particolarità del protocollo descritto dall’associazione è che l’identità della persona e i dettagli della vicenda rimangono circoscritti, senza essere messi a conoscenza degli altri associati o dell’intera struttura.

Un sistema rigoroso, pensato per proteggere quel primo passo che spesso è anche il più difficile.

Perché prima ancora di chiedere aiuto bisogna sentirsi abbastanza al sicuro da poterlo fare.

Quando il silenzio comincia finalmente a parlare

Le cronache e le ricerche ci restituiscono continuamente numeri che fanno riflettere. Tra questi, colpisce particolarmente il numero di giovanissime e ragazze che raccontano di aver subito abusi o molestie già prima dei 15 anni. Secondo le indagini ufficiali dell’Istat sulla sicurezza delle donne in Italia, il 26,5% delle donne ha subito nel corso della vita violenza fisica o sessuale da parte di uomini (parenti, partner, conoscenti o sconosciuti).

Numeri drammatici, certo.

Ma c’è una considerazione che non dovremmo dimenticare: il fatto che oggi molte di queste storie riescano ad emergere con maggiore evidenza non significa necessariamente che i fenomeni siano aumentati nella stessa misura.

Può significare anche che qualcosa, finalmente, sta cambiando nella capacità di raccontare.

Che qualche muro si sta sgretolando.

Il muro della vergogna.
Il muro della solitudine.
Il muro della paura.
E, forse più di tutti, quello della convinzione di non essere creduti.

Le Stanze di Ascolto e le associazioni che lavorano seriamente su questi temi possono contribuire proprio a questo: creare uno spazio nel quale la parola torni ad avere un valore.

E durante il nostro incontro con Carmen Casu, forse più delle parole ufficiali, ci ha colpito l’entusiasmo con il quale ci ha raccontato ciò che è stato fatto e ciò che ancora si vuole fare.

Ci ha raccontato progetti, attività, esperienze e anche alcuni episodi particolarmente toccanti.

Dietro ogni iniziativa abbiamo intravisto soprattutto le persone.

Persone che dedicano tempo.
Persone che mettono a disposizione competenze.
Persone che scelgono di esserci.

Ed è qui che, inevitabilmente, il racconto giornalistico lascia per un momento spazio a una riflessione personale.

Perché esiste anche una forma silenziosa di volontariato che non cerca necessariamente applausi, fotografie o riconoscimenti. È quella di chi apre una porta e dice semplicemente: “Sono qui. Parliamone.”

Forse è questa la parte più bella del lavoro che abbiamo incontrato.

Non la retorica dell’eroismo, ma la normalità di una disponibilità che, per chi si trova dall’altra parte della porta, può assumere un valore enorme.

Una piccola stanza può diventare un grande spazio di libertà

È per questo che credo sia importante raccontare realtà come “Oltre il Silenzio”.

Non per celebrarle a prescindere, ma perché far conoscere ciò che esiste sul territorio significa anche costruire possibilità.

Possibilità per chi non sa a chi rivolgersi.
Possibilità per chi non ha ancora trovato il coraggio di parlare.
Possibilità per chi pensa di essere solo.

E significa anche ricordare alle istituzioni che il contrasto alla violenza e la tutela delle persone vulnerabili non possono vivere soltanto nei momenti dell’emergenza. Hanno bisogno di una rete quotidiana, fatta di professionalità, ascolto, prevenzione e presenza.

Le associazioni, in questo sistema, non sostituiscono le istituzioni.

Possono però essere un prezioso ausilio per le istituzioni stesse, perché arrivano là dove spesso il dolore è più difficile da vedere e dove la fiducia deve essere conquistata prima ancora di poter cominciare qualsiasi percorso.

“Oltre il Silenzio” è una realtà giovane. Ha davanti a sé ancora molta strada da percorrere e molte sfide da affrontare.

Ma forse è proprio questo il senso più autentico di una nuova avventura associativa: cominciare senza pretendere di avere già tutte le risposte, mettendo però a disposizione tempo, competenze e umanità per cercarle insieme.

Come Diario Pontino, siamo felici di aver incontrato queste persone e di poter contribuire, nel nostro piccolo, a far conoscere il loro lavoro.

Perché raccontare chi prova a trasformare il silenzio in una possibilità di rinascita significa fare anche un po’ del nostro mestiere.

E se una persona, leggendo queste righe, dovesse scoprire di non essere sola, allora questa storia avrebbe già trovato una ragione in più per essere raccontata.

Noi continueremo a farlo.

Con discrezione, con rispetto e con la convinzione che, qualche volta, anche una semplice informazione può diventare quella piccola luce che qualcuno stava cercando nel buio.

Stanza d’Ascolto – Oltre il Silenzio
Uno spazio sicuro e gratuito per donne, pazienti oncologici e persone in difficoltà. Un team di volontarie e professionisti pronto ad ascoltarti, supportarti e orientarti. Linea telefonica diretta con Carmen Casu , Presidente dell’ Associazione – Tel.cell. 380/2193701 / Sede. Viale Le Courbusier 3° piano scala C, Latina, Italy, 04100

A cura di Giuseppe Di Sangiuliano.