Davide, morto nell’indifferenza

Antonietta Malito
" Una morte che non è solo cronaca, ma specchio impietoso del nostro tempo "

La Rubrica ” Riflessioni di passaggio ” di Antonietta Malito.

Nella nuova riflessione della rubrica Riflessioni di passaggio il direttore prende le mosse dalla tragica vicenda di Davide Borgione, 19 anni, morto su una strada di Torino, per interrogare il presente e ciò che stiamo diventando come comunità.

Davide, morto nell’indifferenza

La tragica morte del 19enne Davide Borgione, avvenuta su una strada di Torino nella notte tra venerdì e sabato, è un riflesso crudele di qualcosa che si è incrinato profondamente nella nostra società, nel nostro modo di riconoscerci negli altri, di sentire il peso di una vita che non è la nostra ma che, proprio per questo, dovrebbe chiamarci in causa.

Un ragazzo è a terra, vulnerabile, ferito. Basterebbe fermarsi, chiamare aiuto, restargli accanto. Invece c’è chi scende da un’auto e anziché soccorrerlo, gli fruga nelle tasche, nonostante la situazione sia grave. Una scena orribile, che gela il sangue. Non è solo un reato, ma una frattura morale, il punto in cui l’umanità diventa un optional.

Colpisce, e fa ancora più male, che tutto questo avvenga tra giovani. Ragazzi che dovrebbero riconoscere in chi è a terra uno di loro, un coetaneo, qualcuno con gli stessi sogni, le stesse notti, le stesse fragilità. Invece no, prevale l’istinto più misero, la disconnessione totale dall’altro, ridotto a oggetto, a occasione, a nulla.

Situazioni come questa ci fanno riflettere sulla mancanza di empatia che prevale sempre di più, ma anche sulla diseducazione emotiva, l’abitudine all’indifferenza, l’idea, pericolosa e sempre più diffusa, che ciò che non ci riguarda direttamente non ci riguardi affatto. È una società che corre, filma, osserva, ma non si ferma; che vede il dolore, ma lo scansa, che normalizza l’orrore finché diventa sfondo.

Le parole del padre di Davide, spezzate ma dignitose, parlano di progetti, passioni, musica, vita di un ragazzo che purtroppo ha smesso di vivere troppo presto, e ci ricordano che ogni persona che si trovi in una situazione di pericolo va aiutata, non lasciata morire sul ciglio di una strada come se fosse una cosa.

Di fronte a questi fatti, non possiamo limitarci allo sdegno di un giorno, alla rabbia sui social, al commento indignato, ma dobbiamo chiederci che adulti stiamo formando, che valori stiamo trasmettendo, che idea di comunità abbiamo accettato senza accorgercene. Perché una società in cui si ruba a chi sta morendo è una società che ha smesso di insegnare il senso del limite, della responsabilità, della cura.

Fermarsi, aiutare, sentire l’altro come parte di sé non sono gesti straordinari, ma sono il minimo sindacale dell’essere umani. E se oggi sembrano eccezioni, allora sì, c’è qualcosa che va cambiato. Subito. Prima che l’asfalto si riempia di altre vite lasciate sole, mentre qualcuno passa oltre.

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