Un nuovo approfondimento firmato da Marina Gargiulo, dedicato a uno dei temi più attuali del panorama socio-economico italiano: il divario di genere tra istruzione, occupazione e reddito.
Archiviato l’ 8 Marzo, tra celebrazioni e dichiarazioni d’intenti, arrivano i numeri ufficiali a riportare il dibattito su un piano concreto. Il terzo Rendiconto di genere dell’INPS restituisce infatti l’immagine di un Paese in cui le donne risultano più istruite degli uomini, ma continuano a essere penalizzate nel lavoro, nelle retribuzioni e, di conseguenza, nelle pensioni.
Un paradosso ormai strutturale che, nonostante anni di politiche e discussioni pubbliche, fatica a ridursi.

Più istruite, ma meno occupate
I dati mostrano con chiarezza una realtà consolidata: le donne rappresentano il 59,4% dei laureati e il 52,6% dei diplomati, superando gli uomini nella quasi totalità dei percorsi formativi. Tuttavia, questo vantaggio educativo non si traduce in pari opportunità professionali.
Nel 2025 il tasso di occupazione femminile si è fermato al 53,3%, contro il 71,1% degli uomini, con un divario di quasi 18 punti percentuali. Un gap che colloca l’Italia tra i Paesi europei con le maggiori disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro, con una distanza doppia rispetto alla media dell’Unione Europea.
Contratti più precari e carriere discontinue
Anche tra chi lavora, le differenze restano marcate. Le assunzioni a tempo indeterminato riguardano le donne solo nel 36,7% dei casi, mentre gli uomini raggiungono il 63,3%. Una disparità che contribuisce a carriere più fragili, spesso segnate da part-time involontari, interruzioni lavorative e minori opportunità di crescita professionale.
La presenza femminile nei ruoli dirigenziali rimane inoltre limitata al 21,8%, un rapporto di quasi sei uomini per ogni donna nelle posizioni apicali.
Il divario salariale resta diffuso
Il gender pay gap continua a caratterizzare quasi tutti i settori produttivi. Su 18 comparti analizzati, in 17 le retribuzioni medie giornaliere femminili risultano inferiori a quelle maschili.
Le differenze più marcate si registrano:
- nelle attività finanziarie e assicurative (-31,7%);
- nel commercio (-23,6%);
- nel settore manifatturiero (-19,7%).
In media, la distanza retributiva equivale a 28,6 euro in meno al giorno per le lavoratrici.
Servizi insufficienti e carichi familiari
A incidere sulle disuguaglianze contribuisce anche la carenza dei servizi per l’infanzia. L’offerta di asili nido resta infatti insufficiente: solo Umbria, Emilia-Romagna e Valle d’Aosta si avvicinano all’obiettivo europeo di 45 posti ogni 100 bambini tra zero e due anni.
La difficoltà di conciliare lavoro e cura familiare continua così a ricadere prevalentemente sulle donne, influenzando scelte occupazionali e continuità lavorativa.
Pensioni più basse e disuguaglianze cumulative
Le conseguenze emergono con ancora maggiore evidenza al momento della pensione. Carriere discontinue, salari inferiori e maggiore diffusione del part-time producono assegni pensionistici significativamente più bassi, che in alcuni casi arrivano a valere meno della metà rispetto a quelli maschili.
Una disparità che non nasce nell’ultima fase della vita lavorativa, ma è il risultato cumulativo di squilibri presenti lungo tutto il percorso professionale.
Un divario ancora strutturale
Il quadro delineato dal Rendiconto di genere evidenzia come il problema non riguardi soltanto l’accesso al lavoro, ma l’intero sistema economico e sociale. L’Italia continua a mostrare una contraddizione evidente: un capitale umano femminile sempre più qualificato che non trova pieno riconoscimento nel mercato del lavoro.
Finché istruzione, occupazione, retribuzione e welfare resteranno scollegati tra loro, il divario di genere continuerà a riprodursi nel tempo. E le celebrazioni simboliche rischieranno di restare tali, senza trasformarsi in un reale cambiamento strutturale.
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