I sandali delle paludi pontine tra storia e leggenda

Emanuele Bonaldo
I sandali delle paludi pontine tra storia e leggenda

Nuovo racconto di Emanuele Bonaldo per la Rubrica “Storia & Storie Pontine”.

Prima delle grandi bonifiche del Novecento, l’Agro Pontino era un vasto mondo d’acqua e canneti, dove la vita e gli spostamenti delle comunità locali erano scanditi dal ritmo lento delle paludi.In questo affascinante viaggio nel tempo, Emanuele Bonaldo ci accompagna alla scoperta dei sandali e dei sandaloni: le caratteristiche imbarcazioni a fondo piatto che per secoli hanno solcato i canali e gli acquitrini della pianura pontina.

“I sandali delle paludi pontine tra storia e leggenda”

Viaggio nel tempo alla scoperta delle storiche imbarcazioni che attraversavano gli acquitrini laziale prima delle grandi bonifiche. Nelle antiche terre dell’Agro Pontino, molto prima che le grandi bonifiche novecentesche trasformassero radicalmente il paesaggio, la vita e gli spostamenti delle popolazioni locali erano indissolubilmente legati all’acqua e a una particolare tipologia di imbarcazione tradizionale chiamata sandalo.

Come documentato dagli studi storici e dai rilievi tecnici effettuati nel corso dei secoli, tra cui spiccano i precisi resoconti dell’ingegnere francese Gaspard de Prony e i racconti suggestivi del celebre scrittore tedesco Ferdinand Gregorovius, queste barche a fondo piatto rappresentavano il mezzo di trasporto fondamentale per muoversi tra i canali e i fitti canneti della pianura laziale.

Gli esperti suddividevano questi scafi in due categorieprincipali a seconda delle loro dimensioni e della loro specifica funzione logistica. Le imbarcazioni più imponenti prendevano il nome di sandaloni ed erano caratterizzate da una lunghezza di ben tredici metri e dieci centimetri unita a una larghezza di tre metri e diciotto centimetri.

Con una portata massima che raggiungeva gli undici mila chilogrammi durante la discesa della corrente e i seimila cinquecento chilogrammi nella fase di risalita, i sandaloni garantivano il trasporto di ingenti carichi di merci e materiali attraverso le idrovie naturali della zona. La navigazione di questi colossi fluviali richiedeva un’immersione di circa settantotto centimetri, lasciando un bordo superiore di appena ventidue centimetri sopra il livello dell’acqua.

Accanto a questi giganti fluviali si muovevano i sandali propriamente detti, scafi più agili e ridotti lunghi sette metri e trentasei centimetri e larghi un metro e trentaquattro centimetri. Questa seconda classe di natanti era sfruttata principalmente per attività quotidiane come la caccia in palude e lo spostamento rapido delle persone, registrando una portata di duemila duecento chilogrammi con un pescaggio di quarantotto centimetri e un bordo libero di soli dieci centimetri.

A governare con eccezionale maestria queste barche ci pensava la figura caratteristica del sandalaro, un barcaiolo esperto che si posizionava in piedi a poppa o a prua. Il sandalaro conduceva il mezzo non tramite i classici remi, ma spingendo l’imbarcazione grazie a una lunga pertica puntata direttamente sul fondale melmoso della palude.

Nei casi in cui la conformazione dell’argine del canale lo consentiva in modo agevole, i sandaloni di grandi dimensioni venivano trainati dalla riva sfruttando la forza degli animali da lavoro come i buoi o i cavalli.

Il fascino senza tempo di questo antico microcosmo anfibio ha lasciato un’impronta indelebile anche nella storia dell’arte italiana, trovando spazio all’interno di celebri opere pittoriche come il dipinto intitolato Malaria e realizzato intorno al 1905 dal maestro Giulio Aristide Sartorio, una tela oggi custodita presso la Galleria Nazionale d’arte Moderna di Roma che restituisce perfettamente l’atmosfera suggestiva e l’importanza storica di queste imbarcazioni che per secoli hanno solcato le acque pontine.

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