Nella nuova puntata della Rubrica “Storia & Storie Pontine”, Emanuele Bonaldo ci mostra il lato meno celebrato e più doloroso della grande avventura della bonifica dell’Agro Pontino con la testimonianza del suo archivio privato fotografico.
Oltre le immagini trionfali dei cinegiornali Luce e la retorica della “vittoria sulla palude”, emerge una realtà fatta di povertà estrema, privazioni quotidiane e un sistema di controllo ferreo imposto dall’Opera Nazionale Combattenti.


Il volto amaro della terra promessa tra miseria e sottomissione
Oltre la narrazione trionfale della bonifica emerge la cronaca di una povertà estrema che costringeva le famiglie a supplicare il regime anche per i beni di prima necessità.
Nelle terre redente dell’ Agro Pontino la realtà dei coloni era ben lontana dalle immagini idilliache diffuse dai cinegiornali dell’epoca.
Sotto la patina della ” vittoria sulla palude ” si nascondeva una condizione di miseria persistente che lo storico Annibale Folchi definisce come la vera anomalia delle corti pontine.
Le famiglie giunte dal Nord Italia si trovarono immerse in un sistema dove ogni risorsa era strettamente controllata dall’Opera Nazionale Combattenti (ONC) e dove il raccolto, spesso scarso a causa di terreni ancora troppo umidi e immaturi, non bastava nemmeno a coprire le anticipazioni ricevute.
Come scriveva con amarezza il colono Pietro Faccin nel 1936, dopo tre anni di lavoro la vergogna era dover essere ancora mantenuti dall’istituto perché la terra non rendeva. La povertà era tale che i coloni erano costretti a inviare suppliche cariche di disperazione direttamente alle autorità.
Esemplare è la lettera di un colono di Borgo Vodice che, con tredici figli a carico, lamentava di dover andare al lavoro con solo “pane e acqua come al fronte” perché i due litri di latte concessi dall’azienda dovevano bastare per i bambini piccoli. Le razioni erano misurate col contagocce: mezzo litro di latte per i minori di dodici anni e gli anziani sopra i sessanta.
Questa indigenza spingeva spesso i lavoratori ad atti disperati, come il mungersi di nascosto mezzo litro di latte da una vacca, gesto che poteva costare denunce e condanne penali, come accadde a un colono di Sabaudia nel 1938. Anche l’introduzione del reddito minimo garantito nel 1936 fu un’implicita ammissione del fallimento economico del sistema mezzadrile in quelle terre.
La vita quotidiana era scandita da divieti ferrei: era proibito macellare animali propri, tenere un secondo maiale o persino ospitare parenti senza autorizzazione. In questo contesto di privazioni, il furto di piccole quantità di grano o latte non era percepito dai coloni come un reato ma come una necessità per la sopravvivenza della prole, nonostante l’ONC lo punisse con l’espulsione immediata dal podere.
Le donne, spesso più consapevoli e meno remissive, cercavano protezione rivolgendosi a figure come Donna Rachele o la Regina, sperando in una solidarietà tra madri che però raramente si traduceva in aiuti concreti, finendo anzi per essere rimproverate per aver scavalcato la gerarchia.
Nonostante la propaganda magnificasse la dignità del lavoro rurale, per migliaia di italiani la bonifica fu un’esperienza di subalternità assoluta, dove la speranza di un futuro riscatto della terra era l’unico appiglio per sopportare una fame che il regime non riusciva, o non voleva, saziare.

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