Nuova “Storia e Storie Pontine”.
Nella nuova puntata della Rubrica “Storia & Storie Pontine”, Emanuele Bonaldo analizza uno degli aspetti più affascinanti e complessi della colonizzazione dell’ Agro Pontino: il rapporto quasi mitologico che i coloni del Nord svilupparono nei confronti di Benito Mussolini.
Nonostante le dure condizioni di vita, le privazioni quotidiane e i frequenti conflitti con l’ Opera Nazionale Combattenti, la figura del Duce emerse ben oltre la dimensione politica, trasformandosi in un vero e proprio simbolo protettivo agli occhi delle famiglie coloniche.


L’idolatria del rurale e il mito dell’infallibilità di Mussolini tra i coloni pontini
Analisi del legame emotivo e della propaganda agraria che ha trasformato il Duce in una figura protettiva al di sopra delle inefficienze dello Stato.
Nelle terre redente dell’Agro Pontino la figura di Benito Mussolini riuscì a trascendere la dimensione puramente politica per trasformarsi in un vero e proprio simbolo mitologico agli occhi dei coloni giunti dal Nord Italia.
Nonostante la quotidianità fosse segnata da privazioni estreme e da rapporti spesso tesi con l’Opera Nazionale Combattenti , il Duce godeva di un’aura di infallibilità assoluta che lo metteva al riparo da ogni critica. Secondo lo storico Oscar Gaspari Mussolini incarnava perfettamente il concetto del capo che poteva sbagliare solo perché consigliato male dai suoi gerarchi.
Per le famiglie coloniche le inefficienze burocratiche non erano mai imputabili al leader ma venivano considerate errori dei funzionari locali che nascondevano la verità al loro capo. Questa percezione veniva alimentata da una strategia comunicativa magistrale che presentava Mussolini come un rurale tra i rurali, capace di sporcarsi le mani nel lavoro dei campi.

Come evidenziato nelle ricerche di Annibale Folchi l’atteggiamento dei nuovi abitanti verso il Duce sconfinava spesso nell’idolatria popolare come dimostrano le numerose suppliche inviate direttamente a lui per invocare giustizia contro le vessazioni degli agenti dell’ONC.
Le visite periodiche nei poderi diventavano eventi leggendari che alimentavano i racconti serali nelle stalle, dove si narrava di sopralluoghi compiuti dal Duce in incognito tra i poderi. La propaganda sfruttava ogni mezzo, dalla diffusione delle immagini del regime attraverso i cinegiornali Luce, che mostravano Mussolini nell’atto simbolico di trebbiare il grano, fino all’uso della radio che portava la voce del capo nelle case più isolate.
Anche se la colonizzazione non creò un nucleo intimamente fascista dal punto di vista ideologico, si era generato un profondo debito di riconoscenza personale verso l’uomo che aveva promesso la terra.
Perfino gli episodi più controversi, come l’addebito forzato di migliaia di lire a un colono per l’arredamento di lusso usato durante una ripresa cinematografica ufficiale, venivano assorbiti da un sistema di fede cieca che garantì al regime una stabilità duratura nelle pianure laziali.
In questo contesto il Duce era visto come l’unico vero arbitro della giustizia sociale, un’autorità protettiva capace di dare senso e finalità a una vita di sacrifici estremi.
redazione@diariopontino.it


