Nella nuova puntata della Rubrica “Storia e Storie Pontine”, Emanuele Bonaldo ci riporta in un capitolo poco conosciuto e profondamente umano della colonizzazione dell’Agro Pontino.
Come documentato dallo storico Annibale Folchi e dalle ricerche di Oscar Gaspari, questi episodi non erano rari e venivano puniti con severità dall’ONC, che li considerava una grave violazione del patto colonico. Un colono di Sabaudia fu addirittura denunciato nel 1938 per aver sottratto mezzo litro di latte.
Un racconto crudo e toccante che mostra il profondo divario tra l’immagine idealizzata della bonifica e la vita quotidiana delle famiglie che la resero possibile.
Accompagnato da rare foto storiche dell’archivio privato di Emanuele Bonaldo.

Quando il furto diventava un atto di resistenza per le famiglie coloniche costrette a sottrarre i frutti del proprio lavoro alla rigida contabilità del regime
Nella complessa struttura sociale dell’ Agro Pontino la rigida disciplina imposta dall’ Opera Nazionale Combattenti (ONC) finì per trasformare gesti quotidiani di sussistenza in veri e propri atti illeciti.
Come evidenziato nelle ricerche di Annibale Folchi la pratica del furto non era percepita dai coloni come un crimine morale ma come una necessità di sopravvivenza dettata da una condizione di indigenza cronica.
Il sistema della mezzadria imponeva che ogni prodotto della terra, dal grano al latte fino agli animali da cortile, appartenesse per metà all’istituto e dovesse essere rigorosamente contabilizzato.
Tuttavia le famiglie spesso numerose e gravate dai debiti accumulati con l’azienda non riuscivano a sfamarsi con la quota legale loro assegnata. Nacque così una sorta di economia sommersa fatta di sottrazioni ingegnose dove il “furtarello” di generi alimentari diventava l’unico modo per mettere in tavola un pasto dignitoso.
Le testimonianze raccolte da studiosi come Gaspari rivelano come i coloni nascondessero parte del raccolto prima della pesatura ufficiale o mungessero le vacche di nascosto per garantire un bicchiere di latte in più ai bambini.
Questi episodi non erano rari e venivano perseguiti con estrema severità dall’ ONC che vedeva in tali mancanze una violazione del patto colonico e una minaccia alla produttività del podere. Un esempio emblematico riportato nei documenti d’archivio riguarda un colono di Sabaudia denunciato nel 1938 per aver sottratto appena mezzo litro di latte, un’accusa che portava con sé lo stigma del tribunale e il rischio concreto dell’espulsione immediata dalla terra promessa.
Per molti agricoltori sottrarre piccoli quantitativi di grano o uova era considerato un modo per recuperare ciò che spettava loro di diritto per il duro lavoro svolto, una forma di “autodifesa” contro un sistema che li voleva costantemente debitori.
Questa zona grigia della legalità dimostra quanto fosse profondo il divario tra la propaganda del regime, che esaltava la onestà e la moralità rurale, e la cruda realtà di un popolo che doveva ingannare la sorveglianza delle guardie campestri per non patire la fame.
In questo scenario il furto diventava un elemento integrante della vita quotidiana, un segreto condiviso tra le mura delle case coloniche che univa le famiglie in una silenziosa complicità contro la ferrea contabilità della bonifica.
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