Dalla palude alla terra promessa

Emanuele Bonaldo
Luci e ombre della Bonifica Integrale nell’Agro Pontino

Luci e ombre della Bonifica Integrale nell’Agro Pontino.

Un viaggio storico tra la Legge Mussolini, la nascita del Parco del Circeo e il sudore di migliaia di coloni, ecco come cambiò il volto del Lazio tra propaganda e realtà. È all’indomani di una delle pagine più drammatiche della storia italiana, la disfatta di Caporetto, che affondano le radici di quella che diventerà la più imponente opera di trasformazione territoriale del Novecento.

Appena un mese dopo la sconfitta, nacque l’Opera Nazionale Combattenti (ONC), inizialmente concepita come ente assistenziale per il reinserimento dei reduci della Grande Guerra, ma destinata a diventare il braccio operativo di un progetto colossale. Se nel 1919 il suo compito era reperire terre incolte, fu con la convenzione del 1923 e soprattutto con la svolta legislativa del 1928 che la storia cambiò passo.

La legge n. 3134 del 24 dicembre 1928, passata alla storia come «legge Mussolini», disegnò infatti un nuovo orizzonte: non più semplici interventi idraulici, ma una bonifica integrale che prevedeva il riassetto idrogeologico, la costruzione di acquedotti, lo sviluppo agricolo e l’urbanizzazione di intere aree. La regia di questa complessa operazione fu affidata ad Arrigo Serpieri, economista e agronomo che, nel ruolo di Sottosegretario, seppe orchestrare un piano che trovò la sua massima espressione nell’Agro Pontino.

Qui, su un territorio di circa 137.000 ettari gestito dai Consorzi di bonifica riuniti sotto la guida del senatore Natale Prampolini, si consumò una sfida tecnologica e umana senza precedenti. Le prospettive di successo erano alimentate dalla fiducia nel progresso medico contro la malaria, dalla scoperta di falde acquifere potabili e dall’introduzione di macchine capaci di dissodare il terreno in profondità. Le opere idrauliche primarie, completate tra il 1927 e il 1932, prosciugarono le paludi, ma non tutto il paesaggio originario andò perduto. Grazie all’intuizione del senatore Bastianelli, una porzione della Selva di Terracina fu risparmiata, dando vita nel 1934 al Parco Nazionale del Circeo: un investimento ecologico e turistico che preservò un ecosistema unico, in seguito ampliato ai laghi costieri e all’isola di Zannone.

Mentre l’ingegneria ridisegnava la mappa fisica, l’ONC curava l’ingegneria sociale. Su circa 60.000 ettari acquisiti, l’ente edificò oltre 3.000 case coloniche, avviando un rapido processo di appoderamento che vide l’immissione delle famiglie – selezionate spesso dal Commissariato per le Migrazioni e la Colonizzazione Interna (CMCI) – tra il 1932 e il 1940. Si trattava prevalentemente di nuclei provenienti da Veneto, Friuli ed Emilia, o di ex stagionali marchigiani e romagnoli, inseriti in un sistema di mezzadria. Tuttavia, dietro la narrazione epica del regime, la realtà quotidiana dei lavori era brutale. Una massa di operai, spinti dalla necessità, raggiungeva la zona in treno, a piedi o in bicicletta, portando con sé i propri attrezzi. La paga era appena sufficiente per sopravvivere e le condizioni di vita erano segnate dalla paura: al calare della sera, gli alloggiamenti venivano sigillati per proteggere gli uomini dalle zanzare anofeli, vettori della malaria ancora minacciosa.

La bonifica, conclusasi formalmente nel 1939, fu quasi unanimemente accolta come un’opera di “incivilimento” e pace sociale, trasformando terre malsane in aree produttive. Tuttavia, questa visione modernista e futurista, che vedeva nel bonificatore un alfiere del progresso, cancellò quasi completamente il mondo preesistente. I lestraioli, gli abitanti originari della palude che vivevano di caccia, pesca e carbonaie, furono marginalizzati e disprezzati, considerati un retaggio di un passato da cancellare in nome dell’igiene e dell’ordine fascista, senza che lo Stato si preoccupasse di offrire loro una reale alternativa di vita.

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