Non chiamateli “eroi”. Aiutateli a lavorare.

Emanuele Bonaldo
Pronto Soccorso del Santa Maria Goretti di Latina

Una settimana al Pronto Soccorso del Santa Maria Goretti mi ha insegnato chi sono le vere vittime di un sistema in sofferenza.

Una settimana al Pronto Soccorso del Santa Maria Goretti mi ha insegnato chi sono le vere vittime di un sistema in sofferenza.

Grazie a tutti coloro che, in questi giorni difficili, mi hanno scritto, telefonato, inviato un messaggio su WhatsApp, Messenger, Facebook, via e-mail o attraverso la redazione di Diario Pontino. Sono stati centinaia i messaggi ricevuti e, pur avendo cercato di rispondere personalmente a ciascuno, so di non esserci riuscito con tutti.

Per questo desidero utilizzare queste righe per abbracciarvi idealmente uno ad uno.

Il vostro affetto mi ha accompagnato durante una settimana ( sei i giorni di ricovero) che difficilmente dimenticherò. Una settimana nella quale, oltre alla paura provocata dal malore improvviso, è iniziato un percorso di accertamenti che non è ancora terminato e che dovrà chiarire le cause di quanto accaduto.

In tanti avete cercato, con affetto, anche di sdrammatizzare. Qualcuno, con l’intenzione sincera di strapparmi un sorriso, ha scritto che il peggio era ormai passato perché ero riuscito a “tornare vivo” dall’ Ospedale Santa Maria Goretti di Latina.

Ho sorriso anch’io.

Ma, passata l’ironia, mi sono chiesto quanto sia diventato pericoloso considerare certe battute come una fotografia della realtà.

Perché è vero: l’ospedale di Latina porta con sé una reputazione che negli anni è stata alimentata da cronache, disservizi e polemiche. Ma un conto è denunciare ciò che non funziona, altro è trasformare un luogo comune in una verità assoluta.

Io quella realtà l’ho vissuta dall’interno.

Per sei giorni.

E quello che ho visto merita di essere raccontato.

Ho visto operatori del 118 intervenire con tempestività e competenza.

Ho visto infermieri lavorare senza fermarsi un solo istante.

Ho visto medici costretti a prendere decisioni difficili sotto una pressione costante, spesso dovendo assistere contemporaneamente decine di persone.

Ho visto personale sanitario che, nonostante turni massacranti e una mole impressionante di lavoro, trovava ancora il tempo per una parola di conforto, una spiegazione, un sorriso.

Ho visto donne e uomini fare il possibile. E, molto spesso, anche l’impossibile.

Questo non significa negare le criticità.

Al contrario.

Le criticità ci sono. Sono enormi. Sono evidenti.

Una settimana trascorsa nel cuore del Pronto Soccorso basta per comprendere come l’attuale organizzazione non riesca più a sostenere il numero di accessi quotidiani.

Ambulanze che arrivano senza sosta.

Pazienti in attesa di un posto letto.

Reparti saturi.

Persone esasperate dall’attesa.

Professionisti costretti a dividersi contemporaneamente tra emergenze, familiari in cerca di informazioni e nuovi codici che continuano ad arrivare.

Una pressione continua che nessun essere umano dovrebbe sopportare per settimane, mesi o anni.

Ed è proprio qui che credo si commetta l’errore più grande.

Troppo spesso i cittadini identificano il disservizio con il volto del medico o dell’infermiere che hanno davanti.

È comprensibile che chi soffre, chi aspetta o chi teme per la vita di una persona cara cerchi un responsabile.

Ma nella maggior parte dei casi quel responsabile non è chi indossa un camice.

Anzi.

Medici, infermieri, operatori sociosanitari e personale del 118 sono, insieme ai pazienti, le prime vittime di un sistema che da troppo tempo chiede loro di lavorare oltre ogni limite.

Non hanno bisogno di essere definiti eroi.

Gli eroi servono nelle emergenze.

La sanità, invece, dovrebbe essere organizzazione, programmazione, investimenti, personale sufficiente e strutture adeguate.

Ha bisogno di essere messa nelle condizioni di funzionare.

Desidero rivolgere un ringraziamento particolare all’équipe della Cardiologia del Pronto Soccorso del Santa Maria Goretti.

Per una settimana mi hanno curato, assistito e, soprattutto, sopportato con una professionalità che non dimenticherò.

Dietro ogni monitor, ogni terapia e ogni visita ho trovato persone prima ancora che professionisti.

Ed è forse questa la scoperta più importante che porto a casa.

Questa esperienza mi ha cambiato.

Mi ha insegnato che quando parlerò ancora di sanità – e continuerò a farlo, perché è uno dei temi più importanti per una comunità – dovrò ricordare sempre che tra le vittime dei disservizi ci sono anche coloro che ogni giorno cercano disperatamente di evitarli.

Ma mi ha insegnato anche un’altra cosa.

Che il nostro compito, come giornalisti e come cittadini, non può fermarsi al racconto delle criticità.

Dobbiamo pretendere risposte da chi ha responsabilità politiche e istituzionali.

Da chi decide le risorse.

Da chi programma.

Da chi governa la sanità.

E anche da chi, troppo spesso, ricorda l’ospedale soltanto quando c’è da inaugurare un reparto, farsi fotografare in un corridoio o chiedere consenso elettorale.

La sanità pubblica non ha bisogno di passerelle.

Ha bisogno di scelte.

Ha bisogno di coraggio.

Ha bisogno di rispetto.

Per chi ci lavora.

E per chi, come è accaduto a me, vi entra improvvisamente senza sapere cosa stia accadendo al proprio cuore e ne esce con una consapevolezza nuova: dietro ogni corsia ci sono persone che meritano molto di più della gratitudine. Meritano di poter lavorare in condizioni degne.

E questo dovrebbe riguardare tutti noi.

A cura di Emanuele Bonaldo.