Quando il nemico si nasconde in famiglia

Antonietta Malito
"Riflessioni di Passaggio"

Nuova riflessione di Antonietta Malito per la Rubrica “Riflessioni di Passaggio”.

Ci sono dolori che feriscono più profondamente degli altri. Sono quelli che si consumano tra le mura di casa, tra persone legate dallo stesso sangue, dove dovrebbe regnare solo affetto, protezione e cura. Ieri, sul lungomare di Riposto, un’ennesima tragedia ha spezzato il cuore di una comunità: Giovanni Guarrera, 63 anni, ha ucciso il fratello Lino, di 61 anni, al termine di una lite.

Due fratelli che lavoravano insieme, che condividevano una vita, e che probabilmente portavano dentro da tempo ferite mai rimarginate.

In questa nuova e toccante riflessione per la rubrica “Riflessioni di Passaggio”, Antonietta Malito ci accompagna con delicatezza e profondità in un tema doloroso e purtroppo sempre più attuale: la violenza che esplode all’interno delle famiglie.

Perché proprio lì, dove dovrebbe esserci il rifugio più sicuro, a volte si accumulano rancori, silenzi, incomprensioni e fragilità che, se non ascoltate, possono trasformarsi in tragedie irreversibili.

L’autrice ci invita a guardare con compassione e lucidità questo fenomeno, parlando di solitudine, stress, difficoltà economiche e di quanto sia difficile, a volte, chiedere aiuto. Ci ricorda che la famiglia dovrebbe essere luogo di ascolto e di cura, non di paura.

"Riflessioni di Passaggio"

Quando il nemico si nasconde in famiglia

Le tragedie che si consumano tra le mura domestiche, o tra persone legate dallo stesso sangue, spaventano più delle altre. Ci ricordano che, a volte, il pericolo nasce proprio laddove non dovrebbero mai mancare affetto, fiducia e protezione.

Ieri, sul lungomare di Riposto, nel catanese, una lite è sfociata in un dramma. Giovanni Guarrera, 63 anni, ha inseguito e ucciso a colpi di mannaia il fratello Lino, di 61 anni. Entrambi lavoravano come rivenditori di pesce e, secondo le prime ricostruzioni, tra loro esistevano da tempo tensioni e contrasti mai risolti.

Purtroppo questo episodio di cronaca è uno dei tanti che si verificano abitualmente.

Negli ultimi anni, infatti, abbiamo assistito e assistiamo – con frequenza quotidiana ormai – a un numero sempre maggiore di tragedie familiari, in cui mogli vengono uccise dai mariti e viceversa, figli si scagliano contro i genitori, genitori diventano carnefici dei propri figli, fratelli uccidono fratelli.

Viviamo in una società in cui accumuliamo rabbia, frustrazione e solitudine, sopraffatti da difficoltà economiche, stress, senso di fallimento e fragilità psicologiche.

Nel momento in cui anche il dialogo in casa o comunque tra familiari si interrompe, tanto che nessuno riesce più ad ascoltare l’altro, il rancore prende il sopravvento e basta un attimo perché una lite si trasformi in una tragedia vera e propria.

Eppure, la famiglia dovrebbe essere il luogo più sicuro per ciascuno di noi, il nostro rifugio. Tuttavia, è proprio all’interno della famiglia che le ferite possono diventare più profonde.

Quando le incomprensioni si trascinano per anni, le rivalità si radicano, quando si parla poco o addirittura non si comunica affatto, le fragilità personali e l’incapacità di chiedere aiuto fanno sì che si rischi di perdere definitivamente il controllo.

Si dovrebbe parlare di più di salute mentale, di educazione alle emozioni e di prevenzione dei conflitti. Chiedere aiuto non dovrebbe essere inteso come un segno di debolezza, ma come un atto di responsabilità verso se stessi e gli altri.

La violenza, quasi sempre, cresce lentamente, spesso nel silenzio e nell’indifferenza, mentre ci si convince che siano soltanto “questioni di famiglia”.

Ma una famiglia che diventa teatro di un omicidio è il segnale di una società che fatica sempre di più ad ascoltare il dolore, a riconoscere il disagio e a intervenire prima che l’odio prenda il posto di ogni altra emozione.

Riflettiamoci, dunque, e impegniamoci a intervenire per noi stessi e per chi ci sta accanto, prima che sia troppo tardi.

A cura di Antonietta Malito.